La bufera dell’intelligenza artificiale spazza piazza Affari: vendite a tappeto sui titoli del risparmio gestito tra timori di disintermediazione e dubbi sulla reale tenuta del modello consulenziale italiano
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Redazione Economia
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Il copione, per certi versi, è già andato in scena più volte nell’ultimo biennio – basti pensare a quanto accaduto con l’avvento di Claude e dei tool legali di Anthropic – eppure ogni volta l’effetto sui listini si ripete con la stessa, identica, violenza -8. L’annuncio della startup californiana Altruist, il cui fondatore Jason Wenk ha messo a punto funzionalità di pianificazione fiscale interamente basate su algoritmi generativi in grado di elaborare buste paga ed estratti conto in pochi minuti, ha agito da detonatore -2-6. Da Wall Street, dove il colosso Charles Schwab è stato il primo a subire l’ondata ribassista, l’onda d’urto ha attraversato l’Atlantico e si è abbattuta ieri su Piazza Affari con una violenza che pochi si aspettavano, falciando indistintamente i cosiddetti asset gatherer italiani. Banca Mediolanum ha lasciato sul terreno il 9,6%, Fineco il 9,05%, Banca Generali il 7,59%, mentre Azimut e Anima hanno registrato flessioni rispettivamente del 4,49% e dello 0,58% -1. Cedevano, seppur con minore intensità, anche gli istituti commerciali come UniCredit e Intesa Sanpaolo, quasi a certificare la natura sistemica – o forse solo percepita come tale – di questa nuova minaccia tecnologica -8.
Eppure, sarebbe superficiale leggere questa raffica di ordini sell come il semplice riflesso pavloviano di un mercato che teme di veder sparire la figura del consulente finanziario da un giorno all’altro. La verità, più sfumata e complessa, affonda le radici nella specificità del modello italiano e nella sua profonda distanza dall’ecosistema statunitense. Oltreoceano, il fai-da-te e il trading autonomo rappresentano la norma; qui, invece, la macchina della raccolta è storicamente trainata dalle reti di consulenti, da quel rapporto one-to-one che – lo ricordano senza eccezioni i numeri diffusi proprio alla vigilia della bufera – continua a generare flussi da record. Azimut ha chiuso gennaio con una raccolta di due miliardi, la più alta di sempre; Fineco, venerdì scorso, ha sfornato risultati 2025 da primato; Banca Generali ha presentato numeri superiori alle attese -1. Non si tratta, insomma, di aziende malate o in declino, ma di società solide che – ironia della sorte – vengono punite proprio mentre dimostrano la propria forza.
Il paradosso dei fondamentali e la delicatezza della relazione umana
Assistiamo, in queste ore, a una divaricazione quasi schizofrenica tra la solidità dei bilanci e la percezione del rischio da parte degli investitori istituzionali. Gian Maria Mossa, amministratore delegato di Banca Generali, ha cercato di riportare la discussione sul piano della realtà: il risparmio degli italiani, ha spiegato, è ancora una faccenda privata, quasi domestica, che mal si presta a essere standardizzata da un tool automatico -1. Il cliente italiano – e in generale il risparmiatore dei mercati cosiddetti relationship-based – non cerca soltanto la performance; cerca qualcuno a cui delegare l’ansia della decisione, una mano da stringere nei passaggi generazionali, un interlocutore che lo sollevi dal peso della scelta finanziaria -8. E se è vero, come rilevava una ricerca Consob del 2022, che circa un quinto della clientela non ripone piena fiducia nel proprio consulente, è altrettanto vero che l’alternativa tecnologica pura non ha ancora dimostrato di colmare quel deficit di fiducia -8.
A dare manforte a questa tesi interviene anche Giovanni Incarnato, wealth & asset management leader di EY Italia: l’intelligenza artificiale, spiega, non è certo una novità nel settore. Da anni viene utilizzata per analisi quantitative, proiezioni, modelli di machine learning e gestione dei big data. L’errore, semmai, è stato quello di concentrarsi sull’idea di una sostituzione dell’umano, laddove invece l’orizzonte corretto è quello di un potenziamento. La tecnologia può accelerare i calcoli e ottimizzare le strategie fiscali, ma è l’advisor – con il suo giudizio e la sua conoscenza contestuale – a trasformare quei dati in una decisione ponderata -1. E in un Paese come l’Italia, dove il patrimonio è spesso il frutto di una vita di lavoro e viene trasmesso con fatica da una generazione all’altra, la componente emotiva rimane dominante.
L’eccesso di reattività e l’assenza di distinguo nel pricing di borsa
La domanda che molti analisti – da Equita a Barclays – si pongono in queste ore non è tanto se l’AI avrà un impatto sul settore, ma quanto sia razionale prezzare tale impatto senza operare alcun distinguo tra modelli di business radicalmente diversi tra loro -1. Barclays, ad esempio, ha reiterato una raccomandazione positiva su Banca Generali, Fineco e Mediolanum, suggerendo anzi che lo scivolone di queste ore possa trasformarsi in un’opportunità di acquisto per chi ha un orizzonte temporale di medio termine. Perché se è vero che negli Stati Uniti e nel Regno Unito la digitalizzazione del rapporto B2C è molto più avanzata, è altrettanto vero che i player italiani presentano caratteristiche strutturali difficilmente replicabili da un algoritmo. Le reti di consulenti, con le loro campagne di reclutamento sempre più mirate a professionisti di grande esperienza, rappresentano un fossato difensivo non indifferente -1.
Eppure, il mercato sembra per il momento sordo a queste argomentazioni. La seduta di giovedì ha visto un timido tentativo di recupero dei titoli del risparmio gestito – con Fineco e Azimut in rialzo di circa l’1,7% in apertura – prontamente rientrato dopo l’avvio debole di Wall Street -7-9. Il Ftse Mib ha chiuso in calo dello 0,62%, appesantito anche dalle vendite sui titoli del cemento – Buzzi ha perso quasi il 9% – e dalle utility, queste ultime penalizzate dalle indiscrezioni sul nuovo decreto Energia -5. L’attenzione, ora, è tutta rivolta al dato sull’inflazione USA atteso per domani: un numero sotto controllo potrebbe rilanciare l’ipotesi di un taglio dei tassi da parte della Federal Reserve e, forse, riportare un po’ di serenità su listini che appaiono nervosi e reattivi al minimo stimolo esogeno.
La resilienza del modello italiano e il dibattito sulla disintermediazione
C’è un aspetto, in questa vicenda, che merita di essere sottolineato con nettezza. La bufera si è abbattuta su società che – oltre ad avere bilanci robusti – stanno investendo significativamente proprio in quelle tecnologie che oggi vengono percepite come una minaccia. Alessandro Foti, ceo di Fineco, aveva ricordato solo pochi giorni fa quanto la banca stia destinando risorse allo sviluppo di strumenti di AI pensati per agevolare il lavoro dei consulenti, non per renderlo superfluo -1. Lo stesso vale per Mediolanum, che ha chiuso l’esercizio con un margine operativo in crescita del 10% e ha addirittura distribuito un premio di duemila euro a dipendenti e banker -1. Siamo quindi di fronte a un paradosso: il mercato punisce le aziende che innovano, confondendo la leva tecnologica con il rischio di sostituzione.
Quel che è peggio, si fa confusione tra piani diversi. L’introduzione di funzionalità di pianificazione fiscale automatizzata – per quanto avanzata – non equivale alla costruzione di una relazione di advisory complessa, né tantomeno alla gestione di patrimoni family-oriented che richiedono competenze multidisciplinari: fiscalità, successione, pianificazione previdenziale. Gli algoritmi sanno ottimizzare; non sanno ancora consolare, né tanto meno costruire quella fiducia che si sedimenta solo attraverso anni di interlocuzione. I modelli flessibili, i progetti di crescita organica, la capacità di trattenere i professionisti migliori: sono questi i veri asset su cui le reti italiane potranno contare nei prossimi anni -1. L’intelligenza artificiale, semmai, contribuirà a rendere più efficiente il lavoro, liberando i consulenti dalle incombenze amministrative e restituendo loro tempo prezioso da dedicare alla relazione con il cliente. Ma questa, per ora, è una narrativa che il mercato non sembra ancora disposto ad ascoltare.




