Trump garantisce alle major del petrolio, mentre Caracas prova a riaprire i canali

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha riunito i vertici delle maggiori compagnie petrolifere occidentali, garantendo loro che sarà Washington a stabilire chi avrà accesso alle immense risorse del Venezuela. L'incontro, tenutosi alla Casa Bianca e che ha visto la partecipazione, tra gli altri, del numero uno di Eni Claudio Descalzi – il quale si è detto pronto a investire e a collaborare con le aziende statunitensi –, segna una svolta nella strategia americana verso Caracas. Una strategia resa possibile, in primo luogo, dalla schiacciante posizione di forza energetica che gli Stati Uniti hanno costruito in un quindicennio, quasi triplicando la propria produzione grazie allo sfruttamento delle risorse di scisto, il che ha creato un'abbondanza tale da permettere a Trump di esercitare una pressione senza precedenti. In un contesto globale caratterizzato da un eccesso di offerta di greggio e da prezzi moderati alla pompa, l'amministrazione americana punta ora a diventare il garante politico e di sicurezza per il rilancio di un settore petrolifero venezuelano che versa in condizioni disastrose.

Il piano di ricostruzione e il conto da pagare

L'obiettivo dichiarato, come emerso dal vertice, è ambizioso: riportare la produzione del paese sudamericano ai livelli degli anni Novanta, un'operazione per la quale, stando alle stime degli analisti, sarebbero necessari investimenti astronomici, nell'ordine delle centinaia di miliardi di dollari. Trump, dal canto suo, aveva già fatto intendere di voler deflettere la pressione militare sul Venezuela, annunciando in precedenza di aver annullato una seconda ondata di attacchi proprio in virtù della collaborazione mostrata dal nuovo governo insediatosi a Caracas dopo la cattura di Nicolás Maduro e della first lady Cilia Flores. Un evento, quest'ultimo, che ha cambiato radicalmente gli equilibri, aprendo una fase nuova sebbene ancora instabile.

La mossa diplomatica di Delcy Rodríguez

Proprio in questa fase di assestamento si inserisce la mossa della presidente ad interim Delcy Rodríguez, la quale ha confermato l'esistenza di negoziati con le autorità statunitensi per esplorare la possibilità di riaprire le rispettive ambasciate. Rodríguez, in un discorso televisivo, ha però ribaltato la prospettiva usuale, definendo questi canali non come un semplice riavvicinamento ma come uno strumento per "ribadire la condanna" dell'intervento militare statunitense. "Il nostro popolo", ha affermato senza mezzi termini, "è stato profondamente colpito da un'aggressione di questa natura", indicando così che qualsiasi dialogo formale passerà attraverso la ferma denuncia degli avvenimenti che hanno portato al cambio di governo. Una posizione che delinea un confronto aspro, il cui esito è tutto da decifrare, anche alla luce delle garanzie appena offerte da Trump al mondo degli affari.

Un futuro da scrivere tra investimenti e ferite aperte

La partita si gioca dunque su due tavoli distinti ma inevitabilmente intrecciati: da un lato, la volontà di Washington e delle grandi ration energetiche di ridisegnare la cartina degli interessi petroliferi in Venezuela, con l'Italia e la sua Eni in prima fila tra quelli che potrebbero trarre vantaggio da un nuovo corso; dall'altro, la necessità per il governo di Caracas di muoversi in un quadro di legittimazione complesso, dove il riconoscimento internazionale passa attraverso la gestione di una narrazione che non rinneghi le ferite recenti. Mentre le cancellerie lavorano, la macchina degli investimenti sembra già essere stata avviata, pronta a scommettere su una pace che, per essere duratura, dovrà fare i conti con un passato ancora bruciante.

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