Niscemi, la frana e le carte mancanti: il peso di una prevenzione incompiuta
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
La strada che cingeva l'abitato, come mostrano con crudele evidenza le immagini satellitari scattate prima dell'evento, non esiste più, divorata dal movimento della terra che ha lasciato numerose abitazioni in un equilibrio precario e pericoloso. Quella che si è consumata a Niscemi, in provincia di Caltanissetta, non è una semplice frana: il capo del dipartimento della Protezione Civile, Fabio Ciciliano, ha infatti paragonato le dimensioni del fenomeno a quelle del disastro del Vajont, precisando che per molti degli sfollati il ritorno nelle proprie case appare ormai un'ipotesi remota. Una devastazione di tale portata, che ha spazzato via porzioni intere di territorio, riaccende i riflettori, in modo tragico e urgente, sulla fragilità idrogeologica di un Paese e sull'adeguatezza degli strumenti di prevenzione.
Una "radiografia" del territorio ancora a metà
Proprio in merito a questi strumenti, un dato tecnico e apparentemente arido assume un peso drammatico, offrendo una chiave di lettura fondamentale per comprendere le radici del disastro. Rodolfo Carosi, docente all'Università di Torino e presidente della Società Geologica Italiana, ha ricordato come l'Italia disponga di una cartografia geologica moderna e completa soltanto per la metà del suo territorio nazionale. "In alcune zone critiche, tra cui Niscemi", ha specificato Carosi, "manca la cartografia geologica alla scala 1:50.000, che è come una radiografia del territorio". Questa assenza, ha sottolineato lo studioso evitando toni polemici ma fermo nei contenuti, si traduce nella mancanza di dati geologici sufficientemente approfonditi, i quali sarebbero invece indispensabili per una valutazione precisa dei rischi e per pianificare interventi di mitigazione efficaci. Carosi, pur nel rispetto del dramma in corso, ha dunque evidenziato una carenza strutturale: le professionalità scientifiche necessarie esistono, ma a mancare sono i fondi permanenti per completare quel lavoro di mappatura che costituisce la base di qualsiasi seria politica di prevenzione.
Le reazioni istituzionali e la solidarietà
Di fronte all'emergenza, la Conferenza Episcopale Italiana ha espresso la propria vicinanza alle popolazioni colpite dal ciclone Harry in Sicilia, Calabria e Sardegna, con un pensiero particolare per gli abitanti di Niscemi "messi alla prova da una frana devastante". I vescovi italiani hanno assicurato la "comunione, la vicinanza e l'aiuto concreto" a quanti si trovano in difficoltà, mentre la Caritas Italiana ha attivato una raccolta fondi per sostenere gli interventi di prima necessità. Parallelamente, la tragedia ha inevitabilmente scavato un solco nel dibattito politico, portando l'attenzione sulle responsabilità di governo e sulla gestione del territorio.
Lo scontro politico sulla gestione del territorio
Il ministro Nello Musumeci ha dato la sua disponibilità a riferire in Aula alla Camera dei Deputati il prossimo 4 febbraio circa gli eventi di Niscemi. Tuttavia, questa intenzione non ha placato le richieste delle opposizioni, le quali hanno chiesto con forza che a presentare il quadro della situazione sia invece la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Angelo Bonelli di Alleanza Verdi e Sinistra è stato il primo a porre la questione in termini netti, rivendicando una "responsabilità politica" del ministro Musumeci per quanto accaduto in Sicilia nelle ultime settimane e chiedendone addirittura le dimissioni. Lo scontro, che si sposterà presto nel parlamento, evidenzia come la catastrofe naturale stia diventando il terreno di un confronto aspro sulla governance del rischio idrogeologico e sull'effettiva attuazione di quelle politiche di prevenzione le cui lacune, secondo gli esperti, sono sotto gli occhi di tutti.




