La frana di Niscemi, la più vasta d'Italia, e il peso del dissesto idrogeologico

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Con i suoi oltre seicentoventimila fenomeni censiti, un numero che schiaccia ogni confronto continentale, l'Italia si conferma, nelle parole degli esperti, il Paese europeo delle frane. Un primato amaro, tragicamente attualizzato dall'evento di Niscemi, in provincia di Caltanissetta, dove il movimento franoso ha ormai superato per estensione quello del Tessina nell'arco alpino, divenendo il più vasto del territorio nazionale. La gravità della situazione, che ha imposto lo stato di emergenza e l'istituzione di una zona rossa, si misura anche nel numero di cittadini colpiti: circa millatrecento persone hanno dovuto abbandonare le proprie case per il rischio crollo, mentre alcuni hanno già visto le loro abitazioni essere inghiottite dal terreno. La comunità attende gli aiuti del governo, mentre sul fronte giudiziario la Procura di Gela ha aperto un'inchiesta per disastro colposo, destinata a scavare a ritroso nel tempo.

L'inchiesta della procura e il percorso a ritroso nel tempo

Proprio dall'acquisizione di una mole imponente di documentazione, infatti, prenderà le mosse l'indagine condotta dai magistrati gelesi. I quali, dopo aver dato incarico formale a tre consulenti tecnici – tutti professori universitari –, cercheranno di ricostruire minuziosamente la sequenza degli interventi realizzati in quell'area a partire dal 1997, anno in cui il territorio fu già funestato da un altro grosso smottamento. Si tratta di un lavoro certosino, volto a tracciare una linea temporale di responsabilità e negligenze, che procederà di pari passo con le operazioni di soccorso e di prima assistenza alla popolazione. L'obiettivo è chiarire, al di là della forza ineluttabile della natura, se e in quale misura l'azione umana abbia influito sul disastro.

La riattivazione di fenomeni antichi e l'assenza di monitoraggio

«Spesso le frane si riattivano negli stessi luoghi anche dopo periodi di quiescenza di durata pluriennale», sottolinea il geologo dell'Ispra Alessandro Trigila, ricordando come l'evento del 1997 costituisse un chiaro segnale premonitore per l'area oggi devastata. Una premessa fondamentale, che sposta parzialmente l'attenzione dalla singola calamità alla cronica vulnerabilità del suolo italiano. A rendere ancor più grave il quadro, poi, è la circostanza – emersa dalle dichiarazioni dello stesso esperto – che la frana di Niscemi non fosse monitorata. Se ne conosceva, dunque, la potenziale pericolosità storica, ma mancava un sistema di osservazione continuo che potesse allertare per tempo. Solo ora, grazie ai fondi del Pnrr, è in corso di attuazione un progetto per installare la necessaria strumentazione.

Il contesto nazionale di un territorio fragile

Il caso di Niscemi, per la sua drammatica eccezionalità, finisce per essere l'emblema di una condizione diffusa. Su un totale di circa settecentocinquantamila frane censite in tutta l'Unione Europea, ben seicentoventimila ottocento otto si trovano all'interno dei confini italiani, un dato che illustra con cruda efficacia l'estensione del dissesto. Di queste, poi, solo una minima parte – poco più di milleduecentocinquanta – risulta essere costantemente sotto controllo attraverso reti di monitoraggio. Una sproporzione che lascia intendere quanto il territorio nazionale, per conformazione geologica e antropizzazione spesso incontrollata, permanga esposto a rischi altissimi, dove eventi meteorologici intensi possono innescare, come accaduto in Sicilia, conseguenze di portata catastrofica.

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