Frana a Niscemi, il paese dimenticato dal Pnrr e la resa dei conti con un dissesto annunciato
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Redazione Interno
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Mentre la terra continua a scivolare, producendo inquietanti boati che squarciano il silenzio di un centro storico ormai spettrale, Niscemi vive una crisi che appare, nei fatti, l’inevitabile punto di arrivo di una lunga storia di negligenze. La zona rossa, che ha già costretto all’esodo forzato più di milleseicento persone e lasciato senza scuola oltre quattromila studenti, è destinata ad allargarsi, cristallizzando una quotidianità fatta di strutture di fortuna e di un futuro sospeso, mentre l’Abi ha disposto la sospensione dei mutui e viene vietata qualsiasi nuova costruzione in un’area vastissima. Quel che accade oggi, con le transenne che delimitano il disastro e i vigili del fuoco che aiutano gli ultimi residenti a mettersi in salvo, non è che la materializzazione di un pericolo noto da decenni, eppure sistematicamente ignorato dalle logiche della politica e della pianificazione nazionale.
Il fondo perduto: i soldi che nessuno ha chiesto
A rendere ancor più amara l’emergenza, che impone risposte immediate sull’evacuazione e l’assistenza, è la scoperta che al comune di Niscemi non sia arrivato neppure un euro dei fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza specificamente destinati al contrasto del dissesto idrogeologico. Una somma che, per tutta la Sicilia, ammontava a novantanove milioni di euro, una cifra di per sé esigua se confrontata con l’entità dei problemi dell’isola, ma che avrebbe potuto rappresentare un primo, cruciale, segnale di attenzione. Eppure, a quanto emerge, quei soldi nessuno li ha richiesti per il paese nisseno, il quale, semplicemente, non presentava un progetto pronto e finanziabile. Un paradosso che stride con l’evidenza di un rischio conclamato, lasciando intuire un fallimento preparatorio a monte, forse dovuto a carenze tecniche o a miopia amministrativa, che ha precluso l’accesso a risorse comunque limitate.
Lo scaricabarile politico e il peso delle responsabilità
In questa atmosfera di paura e incertezza, prende piede un indecoroso gioco delle colpe, dove le parti politiche, sia di destra che di sinistra, e le diverse amministrazioni che si sono succedute a livello comunale, regionale e nazionale, si rimbalzano le responsabilità. Un meccanismo sterile, che ricorda certe dinamiche giudiziarie indagate in passato per altre tragedie del territorio, dove la ricerca di un capro espiatorio finisce per offuscare la verità dei fatti. Quella verità che, al di là delle appartenenze, chiama in causa tutti coloro che, negli anni, avrebbero potuto e dovuto agire per prevenire il disastro, dimostrando come, in casi simili, nessuno possa ritenersi completamente assolto dalla catena di omissioni che ha portato al punto di non ritorno.
Una prevenzione che non c’è stata
Il caso di Niscemi, quindi, si trasforma in un emblematico studio di ciò che accade quando la prevenzione rimane confinata nei rapporti di perizia e nelle discussioni accademiche, senza tradursi in interventi concreti e in una progettualità attiva e aggressiva. L’impossibilità di costruire ora in venticinque chilometri quadrati di territorio segna una ferita profonda per la comunità, un’ammissione di sconfitta di fronte alla forza della natura, che però trova le sue radici in una fragilità ampiamente prevedibile e, almeno in parte, arginabile. La frana, che minaccia decine di abitazioni, non è un evento meteorologico imprevedibile, ma il risultato di un lento processo di degrado che ha avuto tutto il tempo di essere monitorato e contrastato, se solo le risorse, quelle poche disponibili, fossero state almeno cercate.




