Frana di Niscemi, la struttura anti dissesto scarica le responsabilità: “Nessuna richiesta in nove anni”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Sono trascorsi nove anni dalla nascita della struttura commissariale per il contrasto del dissesto idrogeologico in Sicilia, ma per la frana che ha devastato Niscemi nessuno ha mai sporto richiesta di attivazione. A dichiararlo è la stessa struttura, la quale, in una nota ufficiale, ha di fatto spostato il baricentro delle responsabilità allontanandolo dagli uffici regionali, come emerge dalle indicazioni procedurali riportate nel corso delle ultime settimane. L’organismo, come si legge nel documento diffuso in risposta all’inchiesta della Procura di Gela, non possiede alcuna autonomia decisionale in materia di finanziamenti: opera, piuttosto, esclusivamente entro il perimetro tracciato da condizioni e iter ben definiti. Secondo quanto precisato, i progetti per la messa in sicurezza del territorio, che devono essere presentati dai Comuni o dai Liberi consorzi, necessitano di una validazione da parte dell’Autorità di bacino regionale – che ne verifica la coerenza con la pianificazione vigente – per poter poi essere inseriti nella piattaforma Rendis. Solo a quel punto, e in funzione delle risorse disponibili, si può procedere all’assegnazione dei fondi.

Il vuoto di carte nel caso specifico

Nel caso concreto della frana di Niscemi, quella che ha costretto all’evacuazione circa 1.500 residenti lo scorso 25 gennaio, la struttura commissariale ha evidenziato un silenzio amministrativo pressoché totale. Nell’arco di quei nove anni – un lasso di tempo che include anche un precedente smottamento verificatosi nel 2019 – non è mai pervenuta alcuna richiesta conforme ai requisiti previsti. Venendo al dettaglio del progetto di “Stabilizzazione e consolidamento del versante ovest del centro abitato”, situato in zona Belvedere e dal valore di 4,8 milioni di euro, l’Autorità di bacino aveva sollecitato per ben due volte l’aggiornamento della documentazione progettuale: la prima il 14 settembre 2021 e la seconda il 13 luglio 2022. Dal momento che il Comune non ha mai fornito il riscontro richiesto – indispensabile per adeguare il progetto alle linee guida – l’iter è rimasto paralizzato, rendendo di fatto impossibile l’accesso ai finanziamenti.

I nodi giudiziari e i vertici regionali coinvolti

Proprio questa paralisi, e la conseguente assenza di interventi strutturali nonostante la pericolosità dell’area fosse nota (classificata come rischio geologico R4, il massimo grado di pericolosità ), ha innescato l’inchiesta della magistratura. La Procura di Gela ha formalizzato l’iscrizione nel registro degli indagati per tredici persone, tra cui figurano i nomi degli ultimi quattro presidenti della Regione siciliana. Raffaele Lombardo, Rosario Crocetta, Nello Musumeci (oggi ministro) e l’attuale governatore Renato Schifani sono accusati, a vario titolo, nell’ambito di un fascicolo che ipotizza i reati di disastro colposo e danneggiamento seguito da frana. La loro posizione – come emerso anche nel corso della conferenza stampa del procuratore Salvatore Vella – è legata al duplice ruolo di commissari delegati per le ordinanze di protezione civile e di commissari per il contrasto del dissesto. La difesa di Schifani, pur manifestando “massima fiducia” nel lavoro della magistratura, ha già parlato di “serenità” e “correttezza”, mentre Musumeci ha definito l’iscrizione “un atto dovuto” in indagini così complesse.

Le fasi di un’indagine che parte dal 1997

A rendere la vicenda giudiziaria particolarmente stratificata è la prospettiva temporale adottata dagli inquirenti, che non si limita al crollo del 2026 ma affonda le radici nel lontano 1997. Dopo quell’evento, che già all’epoca aveva evidenziato la fragilità del versante, erano stati stanziati fondi per circa 12 milioni di euro (23 miliardi di vecchie lire). L’appalto venne affidato a un’Ati (Associazione temporanea di imprese), ma il contratto si risolse per inadempimento già nel 2010 senza che venisse realizzata alcuna opera di mitigazione. Quei soldi, di fatto, non sono mai usciti dalle casse della Regione. L’indagine, suddivisa in tre macro-fasi dai pm di Gela, si concentrerà quindi non solo sulle omissioni post-2010, ma anche sulla mancata regimentazione delle acque (individuata come una delle cause dell’innesco) e sulla mancata gestione della zona rossa. Le recenti rilevazioni geofisiche eseguite nell’area – con tomografie elettriche 3D e indagini sismiche – hanno comunque permesso di ricostruire un modello tridimensionale del sottosuolo, individuando i piani di debolezza per migliorare le valutazioni di stabilità. Per la procura, però, queste analisi arrivano dopo decenni di immobilismo e servono ora a quantificare un disastro che si poteva prevedere.

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