Zelensky: “Se non cediamo il Donbass, niente garanzie da Washington”
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Redazione Esteri
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La Casa Bianca ha legato a doppio filo il destino delle garanzie di sicurezza per l’Ucraina – quelle necessarie per siglare un accordo di pace con la Russia – a una condizione che per Kiev suona come un’ipoteca sulla propria sicurezza futura: il ritiro delle proprie truppe dall’intero Donbass. A rivelarlo è stato lo stesso presidente Volodymyr Zelensky, in un’intervista concessa all’agenzia Reuters, confermando quanto già emerso nei giorni scorsi dai tavoli tecnici tra le delegazioni americana e ucraina. La richiesta, arrivata in un momento in cui l’amministrazione Trump sembra voler accelerare i tempi per chiudere il conflitto, scatta mentre gli Stati Uniti sono impegnati su un altro fronte caldo, quello in Medio Oriente contro l’Iran, una situazione che, nelle parole di Zelensky, “ha sicuramente un impatto sul presidente Trump e, credo, sulle sue prossime mosse”.
La condizione americana e i nodi ancora da sciogliere
Secondo quanto riferito dal leader ucraino, la formula prospettata dagli Stati Uniti è chiara nella sua struttura ma opaca nei contenuti essenziali. “Gli americani sono pronti a finalizzare queste garanzie ad alto livello non appena l’Ucraina sarà pronta a ritirarsi dal Donbass”, ha dichiarato Zelensky, precisando però che a rendere concreta l’intesa restano ancora troppi punti interrogativi. A preoccupare Kiev non è soltanto la cessione territoriale di fatto – che ricompenserebbe l’aggressione russa – ma l’architettura stessa delle tutele promesse: chi finanzierà l’acquisto di armi per mantenere una capacità deterrente dopo il conflitto? E, soprattutto, come reagiranno gli alleati nell’eventualità, tutt’altro che remota, che Mosca decida di violare nuovamente la tregua per tentare un’avanzata oltre i nuovi confini?.
La strategia del Cremlino e il rischio di una pace fragile
Sullo sfondo, si muove la strategia attendista del Cremlino. Zelensky ha sottolineato come Mosca stia scommettendo sul fatto che Washington possa perdere interesse nel lungo periodo, abbandonando il tavolo delle trattative prima che si arrivi a una soluzione duratura. Una convinzione, questa, alimentata dal rinvio del quarto round di colloqui trilaterali proprio a causa dell’escalation in corso nel Golfo. Intanto, sul terreno, la macchina bellica continua a macinare numeri impressionanti: quasi mille droni in 24 ore hanno colpito obiettivi ucraini, mentre le forze di Kiev hanno risposto con attacchi mirati alle infrastrutture energetiche russe, arrivando a bloccare circa il 40% dell’export petrolifero di Mosca, con incursioni che hanno raggiunto i porti strategici del Baltico e la raffineria di Kirishi, nella regione di Leningrado.
La difesa europea e la resistenza sul campo
Per Zelensky, cedere il Donbass non significherebbe solo rinunciare a un territorio, ma consegnare alla Russia le postazioni difensive più fortificate dell’Ucraina, quelle che definisce “parte integrante delle nostre garanzie di sicurezza”. In quest’ottica, il leader ucraino ha voluto sottolineare il ruolo ancora insostituibile dei sistemi Patriot, ringraziando pubblicamente Trump per aver garantito la continuità delle forniture nonostante la pressione esercitata dalle richieste belliche in Medio Oriente: “Non siamo stati bloccati nelle consegne, ne sono molto grato”, ha affermato, aggiungendo però con realismo che “queste forniture non sono ampie quanto avremmo bisogno”. Parallelamente, ha rivendicato i progressi compiuti dall’industria bellica nazionale nella produzione di droni e missili a lungo raggio, strumenti che oggi permettono a Kiev di colpire in profondità nel territorio russo come risposta ai bombardamenti quotidiani sulle città ucraine.




