Trump, la Casa Bianca e i meme dell'odio: la propaganda passa dall'intelligenza artificiale
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Redazione Esteri
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Da quando Donald Trump è tornato alla guida degli Stati Uniti, la comunicazione ufficiale della presidenza ha subito una mutazione radicale, adottando un registro linguistico e visuale che sembra provenire più dai recessi oscuri del web che dagli uffici di un governo. Quella che un tempo era una diplomazia pubblica, per quanto asettica, si è trasformata in un flusso costante di provocazioni digitali, dove i fatti di cronaca nera e le operazioni di polizia vengono sistematicamente trasformati in materiale propagandistico. L’amministrazione, infatti, ha scelto di parlare la stessa lingua dei forum suprematisti, dove gli arresti e le deportazioni sono narrati non come atti complessi dell’autorità giudiziaria ma come meme, accompagnati da battute e slogan che ne ironizzano, e al contempo ne esaltano, la crudeltà intrinseca. Una strategia, questa, che smantella ogni finzione di imparzialità e costruisce un immaginario in cui l’applicazione della legge si confonde deliberatamente con la beffa pubblica.
L'ammissione nelle parole di un portavoce
La natura consapevole di questa operazione è emersa senza possibilità di equivoco dalla risposta data dalla Casa Bianca alle prime accuse di manipolazione. A replicare, tramite un post sulla piattaforma X, è stato il vicedirettore delle comunicazioni, il quale ha lanciato un messaggio diretto a chi critica quelle scelte: “A coloro che sentono il bisogno di difendere a prescindere gli autori di crimini efferati nel nostro Paese - si legge testualmente - rivolgo questo messaggio: l’applicazione della legge continuerà. I meme continueranno”. Quella dichiarazione, per molti osservatori, suona come una piena ammissione: non si tratta di errori o di semplici comunicati goffi, bensì di una campagna pianificata che utilizza i “meme” come strumento di Stato. La freddezza della formula, dove l’attività delle forze dell’ordine viene posta sullo stesso piano della produzione di contenuti virali, delinea una nuova e inquietante normalità.
Il caso dell'attivista "imbruttita" dall'intelligenza artificiale
L’episodio che ha portato alla luce i metodi di questa macchina della propaganda riguarda la vicenda di Nekima Levy Armstrong, avvocatessa e nota attivista per i diritti civili di Minneapolis. Dopo il suo arresto, avvenuto nel corso di una protesta, l’account ufficiale della Casa Bianca ha pubblicato la sua foto in manette, ritoccandola in modo significativo prima della diffusione. L’immagine originale è stata alterata con l’ausilio dell’intelligenza artificiale, che ha aggiunto lacrime finte sul volto della donna e ne ha modificato i tratti per “imbruttirla”, presentandola al pubblico in una versione degradata e caricaturale. Quel ritocco, passato attraverso gli algoritmi, non è stato un atto di documentazione ma una deliberata umiliazione digitale, trasformando un fermo di polizia in un trofeo da esibire con disprezzo sui social network governativi.
Una strategia che fa della crudeltà uno spettacolo
La pubblicazione di quel fotogramma modificato, accompagnato da didascalie che definiscono l’attivista un’“agitatrice di estrema sinistra”, segna un punto di non ritorno. L’intelligenza artificiale, in questo quadro, cessa di essere una tecnologia neutra e diventa un’arma politica vera e propria, impiegata per infliggere una punizione supplementare e spettacolarizzata. La Casa Bianca ha così sdoganato una prassi in cui la rappresentazione dei fatti, persino di quelli più delicati che coinvolgono la libertà personale e i diritti costituzionali, viene piegata alle esigenze della battaglia culturale. Non si fornisce un resoconto, si mette in scena una narrazione ostile, dove le lacrime finte servono a deridere il dolore e a galvanizzare una parte dell’elettorato, consolidando un immaginario in cui il nemico pubblico deve essere non solo sconfitto ma anche e soprattutto dileggiato.




