Lazio-Atalanta 2-2, la notte dei rimpianti e delle rimonte: all’Olimpico decide solo il novantesimo
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Redazione Sport
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È finita con il sapore dell’occasione perduta, la semifinale d’andata di Coppa Italia tra Lazio e Atalanta, un 2-2 che allo stadio Olimpico ha detto poco o nulla in termini di qualificazione, ma tantissimo in termini di carattere e, per i padroni di casa, di frustrazione. La squadra di Maurizio Sarri, scesa in campo con un undici che vedeva il ritorno di Gila e Maldini dal primo minuto, è riuscita per due volte a portarsi in vantaggio nel corso di una ripresa letteralmente scoppiettante, e per due volte è stata ripresa proprio quando il traguardo sembrava ormai prossimo. Dall’altra parte, la formazione di Raffaele Palladino — che ha preferito la fisicità di Krstovic a Scamacca fin dall’inizio — ha dimostrato una resilienza preziosa, colpendo nei minuti di recupero e portando a casa un risultato che, alla fine, pesa più per l’inerzia che per il mero punteggio.
La cronaca dice che il primo tempo, pur tatticamente bloccato, aveva già regalato segnali inequivocabili: l’Atalanta ci prova, colpisce una traversa con Zappacosta dopo un’azione personale di Bernasconi, e vede annullarsi un gol a Krstovic per un fuorigioco millimetrico dello stesso Zappacosta a monte dell’azione. La Lazio, dal canto suo, fatica a trovare la profondità, e l’atmosfera surreale di un Olimpico quasi deserto — con i tifosi biancocelesti radunati all’esterno, nello spiazzale antistante lo Stadio dei Marmi, per protesta contro la società — non aiuta certamente a trovare quel guizzo in più.
Poi, nella ripresa, la partita esplode. Al 47’ il vantaggio firmato Dele-Bashiru, lanciato in porta da una sponda perfetta di Maldini, è un piccolo gioiello di coordinazione e freddezza. La gioia, però, è destinata a durare lo spazio di un mattino: quattro minuti più tardi, Pasalic è il più lesto di tutti a raccogliere una respinta di Provedel su conclusione di Samardzic, e il sinistro al volo del croato rimette le cose a posto. Il copione si ripete all’87’, quando Dia approfitta di una clamorosa incertezza dello stesso Pasalic — il quale, sul cross di Nuno Tavares, cerca di controllare il pallone di petto ma se lo fa scappare — per infilare Carnesecchi e portare avanti i suoi.
Sembra fatta, ma il calcio ha le sue leggi non scritte. Al novantesimo, l’ex milanista Yunus Musah, subentrato nella ripresa, si inserisce alla perfezione su un invito di Sulemana e con un destro potente e centrale trafigge Provedel, fissando il punteggio sul definitivo 2. Una beffa atroce per Sarri e i suoi, costretti ancora una volta a fare i conti con una tenuta mentale che, nei momenti cruciali, mostra qualche crepa di troppo.
A mente fredda, è inevitabile notare come la Lazio abbia pagato a caro prezzo una certa tendenza ad abbassare il baricentro dopo essere passata in vantaggio, finendo per subire la veemenza di una Dea che non ha mai smesso di crederci. Lo stesso Sarri, intervenuto ai microfoni nel post-gara, non ha nascosto un certo rammarico per l’andamento della serata, sottolineando come la squadra avesse disputato una partita di personalità contro un avversario di valore assoluto, ma lamentando al contempo quella mancanza di cinismo e cattiveria che distingue le grandi imprese dalle semplici buone prestazioni. Il riferimento, neanche troppo velato, era alla difficoltà di gestire i due vantaggi e alla facilità con cui i nerazzurri hanno trovato il pertugio giusto per tornare in partita.
E poi c’è il capitolo stadio. Giocare di fronte a pochi spettatori — alcune fonti parlano di circa cinquemila presenze sugli spalti, un deserto se paragonato ai 40mila dell’Olimpico in notti migliori — non è mai semplice. Il boicottaggio della Curva Nord, che pure ha fatto sentire la propria voce dall’esterno dell’impianto con cori e fumogeni, ha privato la squadra di quel sostegno emotivo che in certi frangenti può fare la differenza. Una situazione che, al di là delle polemiche, rischia di pesare ancor di più in una piazza come quella romana, abituata a vivere di passioni viscerali e a trarre energia dal calore del pubblico.




