Duecento miliziani nei tunnel di Gaza, dove il negoziato si è incagliato
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Redazione Esteri
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Le trattative per la piena applicazione del piano di pace, che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha promosso, sembrano essersi arenate di fronte alla complessa questione dei circa duecento combattenti di Hamas, i quali rimangono asserragliati all’interno della fitta rete di gallerie sotterranee nell’area di Rafah. Una situazione di stallo, questa, che affonda le sue radici in un episodio accaduto lo scorso ottobre, quando alcuni terroristi, emersi dai cunicoli proprio in prossimità della Linea Gialla – il confine operativo stabilito dall’accordo di Washington – sferrarono un assalto contro le truppe israeliane operative in quella delicata zona. Quel fatto, che ha minato la fiducia reciproca, ha reso ancor più intricata la già tormentata fase di transizione, lasciando intrappolati nei passaggi segreti coloro che rifiutano la resa.
Le violazioni del cessate-il-fuoco e la posizione di Israele
Mentre i negoziati segnano il passo, le operazioni militari israeliane nella Striscia non si sono fermate, nonostante il formale rispetto dell’intesa da parte di Hamas e delle altre fazioni palestinesi. Le bombe, delle quali si registra il continuo cadere, colpiscono diversi obiettivi e provocano la distruzione di numerosi edifici, in quello che viene descritto come un perpetuarsi di violazioni del cessate-il-fuoco. Da parte israeliana, il ministro Katz ha ribadito con fermezza l’intenzione di procedere allo smantellamento totale dell’apparato tunnel di Gaza e alla neutralizzazione di Hamas, considerato l’unico modo per garantire la sicurezza. Una parte di essi, del resto, verrà eliminata; è quanto ha affermato con decisione il primo ministro Benjamin Netanyahu, riferendosi specificamente alle due sacche di resistenza ancora attive a Rafah e Khan Younis.
Il disarmo e il nodo irrisolto dei combattenti
Il disarmo del gruppo rimane, per Tel Aviv, un obiettivo primario e non negoziabile, al di là delle clausole che il piano di pace prevede per i miliziani. L’accordo, che pure istituisce una forma di amnistia per chi depone le armi e assicura un corridoio umanitario a coloro i quali decidano di abbandonare la Striscia, non viene infatti applicato nella sua interezza. Le forze israeliane, che controllano militarmente vaste porzioni del territorio, continuano a considerare i combattenti di Hamas una minaccia concreta e immediata, trattandoli di conseguenza. Questo approccio, che non ammette eccezioni, rende di fatto impossibile per i duecento miliziani, bloccati ormai da settimane, qualsiasi opzione di ritirata o di consegna, alimentando un pericoloso circolo vizioso.
Le prospettive immediate e la situazione nei tunnel
La sorte di questi uomini appare dunque sempre più legata a sviluppi diplomatici che, al momento, non mostrano segni di breakthrough. Netanyahu ha lasciato intendere che, qualora il disarmo non dovesse compiersi per via negoziale, verrà perseguito per altre vie, più dirette e risolutive, senza specificare ulteriormente i dettagli operativi. Mentre le ore scorrono, la condizione di coloro che si trovano nel sottosuolo si fa più precaria, con le vie di fuga sigillate e le scorte che si assottigliano. La loro presenza, un vero e proprio rompicapo strategico e umanitario, costituisce il cuore dell’impasse, un groviglio che né le armi né la diplomazia sono finora riuscite a sciogliere completamente.




