Il doppio binario di Israele a Gaza: attivisti umanitari nel mirino come terroristi, mentre ai valici spuntano miliziani Isis
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Redazione Esteri
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Nel corso degli ultimi mesi del 2025, e in particolare a ridosso del 27 dicembre, si è consumato un passaggio cruciale e paradossalmente contraddittorio nella strategia israeliana riguardo alla Striscia di Gaza. Da un lato, attraverso canali istituzionali che, secondo quanto ricostruito da fonti palestinesi e da osservatori internazionali, coinvolgerebbero anche apparati dello Stato italiano, è partita un'operazione politico-mediatica senza precedenti volta a criminalizzare il dissenso e la solidarietà internazionale. Si è scelta la via di etichettare come "terroristi internazionali" attivisti e giornalisti umanitari, rei, agli occhi di Tel Aviv, di aver portato aiuti ai sopravvissuti di quello che viene definito un genocidio in corso e di aver documentato l'orrore quotidiano nella Striscia. Dall'altro lato, però, e qui sta la contraddizione più stridente che emerge dai dossier d'inchiesta, la stessa entità statuale ha manovrato per favorire l'ingresso e il posizionamento ai valichi di Gaza di elementi riconducibili a reti del terrorismo islamista più radicale, segnatamente Isis e al-Qa'ida, con l'obiettivo di controllare la Striscia e minare l'influenza di altre fazioni locali.
La trappola di Rafah: umiliazione sotto le bandiere della cura
Mentre il circo mediatico si concentrava sulle accuse di terrorismo ai danni di pacifisti, la vita quotidiana dei palestinesi al valico di Rafah continuava a essere scandita da un rituale di vessazioni. Domenica, un nuovo gruppo di sfollati, tra cui numerosi pazienti in gravi condizioni e i loro familiari, si è messo in viaggio dal quartier generale della Mezzaluna Rossa a Khan Yunis, diretto verso l'Egitto. Un'operazione di evacuazione sanitaria, questa, supervisionata apparentemente dall'Organizzazione Mondiale della Sanità, ma che si trasforma immancabilmente in un calvario. Il viaggio di ritorno, o meglio di uscita, non è una liberazione, ma un percorso costellato di umiliazioni: gli occhi bendati, le mani legate con fascette di plastica, le minacce sussurrate dai soldati israeliani. La riapertura del valico, tanto sbandierata, ha mostrato il suo volto sinistro fin dal primo giorno: solo una manciata di donne e bambini ha potuto mettere piede a Gaza, mentre decine di persone sono state respinte con la scusa della fine dell'orario di lavoro. Una punizione collettiva, quella imposta da Israele, che trasforma il diritto alla cura e alla mobilità in un'arma di controllo totale sulla popolazione.
L'alleanza occulta con i salafiti per il controllo del confine
Nel silenzio assordante di molte cancellerie internazionali, si è aperto un altro fronte, forse ancora più inquietante per gli equilibri futuri dell'enclave. La riapertura parziale del valico di Rafah, lungi dall'essere un gesto di distensione, ha innescato una lotta spietata per il controllo amministrativo del confine. Fonti investigative e analisti del giornalista Robert Inlakesh rivelano che Israele, dopo aver respinto con forza l'ipotesi di un dispiegamento delle forze di sicurezza dell'Autorità Nazionale Palestinese, ha invece attivamente sostenuto e armato gruppi per procura legati a reti estremiste salafite. A questi miliziani, alcuni dei quali con legami accertati con al-Qa'ida, è stato assegnato un ruolo chiave nella sicurezza della zona di confine. Le prime segnalazioni che emergono da Rafah parlano di abusi e di un clima di terrore imposto da questi nuovi "guardiani", piazzati lì strategicamente da Israele per creare un nuovo ordine che non sia né quello di Hamas né quello dell'Autorità Palestinese, ma un caos gestito da forze jihadiste internazionali, funzionale a giustificare future operazioni militari e a delegittimare qualsiasi resistenza palestinese come terrorismo globale.
La criminalizzazione della solidarietà come strumento di guerra
Questa strategia del doppio binario – colpire i pacifisti con l'accusa di terrorismo e favorire i terroristi veri – non è nuova, ma trova in questa fase la sua più compiuta espressione. La campagna diffamatoria contro la Global Sumud Flotilla, con i suoi attivisti provenienti da 45 paesi, era stata solo un antipasto. Ora si passa ai fatti concreti, con l'obiettivo di neutralizzare qualsiasi voce critica che possa portare testimonianza diretta di ciò che accade nella Striscia. E mentre a Gerusalemme si affilano le armi legali contro i giornalisti, al valico di Rafah si spianano invece quelle vere a miliziani di Isis, in una partita sporca che gioca con il fuoco del terrorismo internazionale pur di mantenere il controllo su Gaza.




