Hamas negozia per 200 miliziani intrappolati nei tunnel di Gaza
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Redazione Esteri
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Si tratta, senza alcun dubbio, del negoziato più delicato dalla firma della tregua, avvenuta lo scorso 10 ottobre. Almeno duecento miliziani di Hamas, secondo quanto si è appreso, sono rimasti bloccati all'interno della fitta rete di tunnel situati sotto la cosiddetta zona gialla, che comprende la metà orientale della Striscia di Gaza controllata dall'esercito israeliano, con epicentri critici nelle aree di Rafah e Khan Younis. La loro situazione, di fatto, è diventata la posta in gioco principale delle trattative in corso, poiché il gruppo richiede con insistenza un passaggio sicuro, attraverso i mediatori internazionali, per poterli trarre in salvo da un destino che appare sempre più incerto.
La paura lungo la Linea Gialla
Mentre le diplomazie si interrogano sulle sorti dei militanti, la vita per la popolazione civile nelle aree limitrofe rimane estremamente precaria. “Qui la vita è impossibile”, raccontano con voce stanca alcuni abitanti di Jabalia, un campo profughi nel nord di Gaza che si trova a soli quattro chilometri dal confine con Israele. La loro esistenza quotidiana è segnata da un timore costante, amplificato dalla prossimità alla Linea Gialla, quella fascia di sicurezza istituita dopo il cessate il fuoco che separa le zone sotto il controllo militare israeliano dai territori dove risiedono ancora migliaia di palestinesi. Vivono, molti di loro, con l'angoscia che il conflitto possa riesplodere da un momento all'altro, rendendo ancor più drammatiche condizioni già al limite della sopportazione.
L'impegno americano e il piano Trump
In questo quadro già di per sé complesso, l'amministrazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump mantiene un profilo operativo molto attivo. Tulsi Gabbard, la direttrice dell'intelligence nazionale, è attesa oggi in Israele, come riportano fonti locali, in quello che costituisce l'ultimo di una serie di visite di alti funzionari americani. Il loro lavoro, che prosegue ormai da diverse settimane, è finalizzato a dare piena attuazione al piano di pace per Gaza voluto da Trump. Un progetto ambizioso, che il presidente aveva delineato con chiarezza sin dall'inizio, ponendo come obiettivo primario una radicale ricostruzione della Striscia e la nascita di una “nuova Gaza”.
Le condizioni per la rinascita
La realizzazione di questo disegno, tuttavia, non può prescindere dal soddisfacimento di tre condizioni fondamentali, che rappresentano altrettanti nodi critici ancora irrisolti. La prima prevede un ritiro graduale, ma completo, delle forze militari israeliane dal territorio. La seconda implica il disarmo e la definitiva marginalizzazione di Hamas come attore armato. La terza, infine, ruota attorno alla creazione di una forza di stabilizzazione, che dovrebbe essere composta principalmente da paesi arabi, con il compito di garantire sicurezza e ordine durante la delicatissima fase di transizione. Sono questi, nel loro insieme, gli elementi che compongono un puzzle diplomatico e strategico di rara complessità.




