Alzheimer, quei segnali nel linguaggio che arrivano dieci anni prima della diagnosi
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Redazione Salute
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Non sempre i primi sintomi della malattia di Alzheimer si manifestano con i classici vuoti di memoria, quelli che tutti temiamo quando dimentichiamo le chiavi o il nome di un conoscente. La scienza sta invece scoprendo che la demenza inizia a scrivere la sua storia molto prima, cambiando chi siamo nel profondo, e lo fa spesso alterando il modo in cui parliamo. Secondo la professoressa Gill Livingston, della University College London, i cambiamenti sottili nel comportamento e nella risposta emotiva durante la mezza età rappresentano i primi veri campanelli d’allarme, visibili ai familiari anni prima di una diagnosi ufficiale. Ma è nel linguaggio, forse, che si nascondono gli indizi più precoci.
Il peso delle parole, o meglio delle pause
Ciò che rende complessa la diagnosi precoce è la natura subdola della patologia: l’Alzheimer non compare all’improvviso, ma si sviluppa nell’arco di decenni, silenzioso, mentre il cervello accumula danni che restano invisibili per anni. Uno studio condotto dai ricercatori del Vanderbilt Health ha identificato più di settanta condizioni mediche che compaiono nei pazienti fino a dieci anni prima della diagnosi, raggruppabili in quattro categorie principali: disturbi della salute mentale, patologie neurologiche e del sonno, problemi cardiovascolari e condizioni metaboliche come il diabete di tipo 2. A queste si aggiungono ora le alterazioni del linguaggio, oggetto di un’attenzione crescente da parte della comunità scientifica internazionale. Un gruppo di ricerca dell’Università di Bologna, in collaborazione con l’Arcispedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia, ha dimostrato come sia possibile individuare specifiche alterazioni nell’uso della lingua parlata in pazienti con i primi segni di deterioramento cognitivo, un metodo che potrebbe anticipare notevolmente il riconoscimento dell’insorgere della malattia. I ricercatori hanno coinvolto novantasei partecipanti, metà dei quali con deterioramento cognitivo lieve, una condizione che spesso precede l’Alzheimer. A ciascuno è stato chiesto di descrivere un’immagine, raccontare una tipica giornata di lavoro e riferire l’ultimo sogno ricordato. Le risposte, analizzate con tecniche di elaborazione del linguaggio naturale, hanno rivelato che chi era a rischio faceva pause più lunghe e faticava a mantenere un ritmo fluido nel discorso.
Non è cosa dici, ma come lo dici
La scoperta più sorprendente, emersa anche da uno studio dell’Università di Toronto nel 2023, è che il ritmo del parlato quotidiano potrebbe essere un indicatore migliore del declino cognitivo rispetto alla stessa difficoltà nel trovare le parole. I ricercatori canadesi hanno reclutato centoventicinque adulti tra i diciotto e i novant’anni, analizzando con un software di intelligenza artificiale le registrazioni delle loro descrizioni. Il risultato ha evidenziato che il rallentamento della velocità del parlato era strettamente collegato al declino delle cosiddette “funzioni esecutive”, quelle che governano la concentrazione e la pianificazione. In pratica, non è tanto l’incapacità di ricordare un nome a preoccupare, ma il tempo che si impiega per formulare una frase. Enrico Ghidoni, neurologo dell’Arcispedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia, ha sottolineato come questo strumento di analisi possa rivelarsi utile non solo per la diagnosi precoce della demenza, ma anche per riconoscere sintomi cognitivi in malattie croniche o in trattamenti farmacologici inappropriati, condizioni queste ultime che sono spesso reversibili. Un aspetto, quest’ultimo, che apre a prospettive terapeutiche significative, laddove l’intervento precoce può fare la differenza.
Quando il cervello cambia ritmo
La correlazione tra linguaggio e declino cognitivo trova fondamento anche nella neuroanatomia. Le alterazioni più precoci del processo neurodegenerativo si verificano nel lobo temporale, una regione cerebrale che non gestisce solo la memoria ma ha anche funzioni linguistiche fondamentali. Jordi Matías Guiu, neurologo dell’Hospital Clínico San Carlos di Madrid, spiega che mentre in molti pazienti la caratteristica principale rimane l’alterazione della memoria, esiste una percentuale significativa di casi – oltre il trenta per cento – in cui il primo sintomo è proprio una difficoltà a trovare le parole, una condizione nota come afasia progressiva primaria. Questa forma di presentazione, aggiunge l’esperto, è più frequente in persone relativamente giovani, con un’attività lavorativa e sociale intensa, rendendo il suo impatto ancora più rilevante. Le pause nel discorso diventano quindi un indicatore chiave: in uno studio del suo gruppo, i pazienti con maggior rischio di progressione verso la demenza mostravano pause più lunghe rispetto agli altri. È come se il cervello, pur non avendo ancora perso la parola, iniziasse a richiedere più tempo per elaborarla, un segnale di “lentezza mentale” che precede di anni il vero e proprio declino.
Verso nuovi strumenti di screening
L’obiettivo finale di queste ricerche, come hanno dichiarato Laura Calzà e Fabio Tamburini, rispettivamente docente e linguista computazionale dell’Università di Bologna, è mettere a punto strumenti automatici a basso costo da distribuire sul territorio, ai medici di base, per effettuare screening su vasta scala alla ricerca dei primissimi segni di difetti cognitivi. L’idea è che, in futuro, l’analisi della voce possa diventare un esame di routine al pari della misurazione della pressione, permettendo di intercettare la malattia in una fase in cui le cure, anche quelle non farmacologiche come la stimolazione cognitiva, possono essere più efficaci. La ricerca internazionale, dal Massachusetts Institute of Technology all’Alzheimer’s Association, sta convergendo in questa direzione, spostando l’attenzione dal contenuto del discorso alla sua forma. Un cambiamento di prospettiva che potrebbe riscrivere le regole della diagnosi precoce, concentrandosi su quei piccoli errori e quelle pause impercettibili che, fino a ieri, venivano scambiati per normali segni dell’età.




