Meloni cerca l’asse con Merz per frenare Macron, mentre i dazi Usa dividono l’Europa
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Redazione Esteri
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La tensione tra Europa e Stati Uniti sui dazi, ormai esplosa da mesi, ha costretto i leader continentali a cercare una strategia comune, ma le divergenze restano profonde. Giorgia Meloni, consapevole dell’imprevedibilità di Donald Trump — che il 2 aprile scorso ha scatenato l’«escalation protezionista» —, ha optato per una linea pragmatica: accettare il 10% di tassazione proposto dalla Casa Bianca come «male minore», pur di evitare ritorsioni peggiori. Un approccio che ricorda quello britannico, già sperimentato nel post-Brexit, e che la premier italiana ha illustrato ai colleghi europei nella notte di giovedì, cercando sostegno soprattutto in Germania, attraverso il leader della Cdu Friedrich Merz.
L’obiettivo è isolare Emmanuel Macron, che invece insiste per una risposta più dura, rischiando di prolungare un’incertezza dannosa per le imprese. «Chiudere subito l’accordo sarebbe meglio che lasciare il negoziato in sospeso», ha osservato Giancarlo Giorgetti, confermando la posizione italiana. Ma non tutti la pensano così. La Francia teme che una resa troppo rapida possa legittimare la politica commerciale aggressiva di Trump, mentre altri Paesi, come la Spagna, temono l’impatto sui settori più esposti.
Intanto, il caso dei «dazi stupidi» — quelli sull’acciaio italiano di alta qualità, utilizzato anche dall’industria militare americana — dimostra quanto alcune misure siano controproducenti. Gli Stati Uniti, che non producono quel tipo di materiale, sono costretti a comprarlo dall’Italia nonostante le tariffe, rendendo la misura poco più che simbolica. Una contraddizione che però non ha fermato l’amministrazione Trump, decisa a rivedere gli equilibri del commercio globale a qualunque costo.




