Marco Paolini sul Vajont, la proposta sull’acqua divide i territori

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La proposta di Marco Paolini sul Vajont e sul possibile riutilizzo delle acque del torrente ha aperto un confronto acceso tra chi immagina nuovi impieghi della risorsa e chi considera quel luogo legato alla memoria della tragedia. L’idea di destinare l’acqua a uso agricolo e civile, avanzata dall’attore e autore, ha trovato la contrarietà dei sopravvissuti e di una parte delle istituzioni locali.

Il nodo riguarda il rapporto tra una risorsa naturale sempre più preziosa e un territorio segnato dal disastro del 9 ottobre 1963. Quel giorno una frana di circa 270 milioni di metri cubi di roccia e detriti precipitò dal monte Toc nel bacino artificiale, provocando un’onda che causò la morte di 1.917 persone. Per molti abitanti della valle l’acqua del Vajont non rappresenta soltanto una disponibilità da utilizzare, ma un elemento inseparabile dal ricordo delle vittime e dalla storia del luogo.

La proposta di riutilizzare l’acqua del torrente

Paolini ha spiegato che il cambiamento climatico e la riduzione delle risorse idriche rendono necessario interrogarsi sul futuro dell’acqua alpina. Il ragionamento nasce dalla constatazione che i bacini montani possono assumere un ruolo diverso in una fase caratterizzata dalla crescente attenzione alla disponibilità idrica. La sua posizione parte dall’idea di recuperare una funzione per un’infrastruttura nata con finalità energetiche e rimasta al centro della memoria collettiva italiana.

L’attore conosce profondamente il tema del Vajont grazie al lungo lavoro teatrale iniziato con “Il racconto del Vajont”, l’opera civile che ha riportato al grande pubblico la storia della diga e delle responsabilità legate alla tragedia. Lo spettacolo, realizzato con Gabriele Vacis, è diventato uno dei principali strumenti di divulgazione sulla vicenda e ha contribuito a mantenere viva l’attenzione nazionale sul disastro.

Il progetto della centralina e la posizione dei territori

Il dibattito si intreccia con il progetto di una centralina idroelettrica destinata allo sfruttamento delle acque del torrente Vajont, un’iniziativa che ha creato divisioni tra le aree coinvolte. Nel giorno dell’anniversario della tragedia, il sindaco di Longarone Roberto Padrin ha espresso contrarietà a interventi considerati capaci di trasformare l’acqua del Vajont in una semplice risorsa economica.

La posizione dei contrari richiama il valore simbolico del luogo e il timore che nuovi interventi possano modificare il rapporto tra il territorio e la memoria della tragedia. Il confronto coinvolge anche la questione delle piccole derivazioni idroelettriche, un tema presente in diverse aree alpine dove la produzione energetica viene valutata insieme agli effetti sui corsi d’acqua e sugli ecosistemi.

La memoria del Vajont e il ruolo del racconto civile

La storia del Vajont continua a essere associata al tema della sicurezza, delle decisioni industriali e del rapporto tra ambiente e sviluppo. La diga, costruita nell’ambito del sistema idroelettrico del Piave, è diventata negli anni un simbolo nazionale delle conseguenze che possono derivare dalla sottovalutazione dei rischi naturali.

Nel corso dei decenni la vicenda è stata raccontata attraverso libri, inchieste e opere teatrali. Tra i contributi più citati c’è anche il lavoro della giornalista Tina Merlin, autrice di “Sulla pelle viva”, che ricostruì gli eventi precedenti alla tragedia e le denunce sui rischi legati alla costruzione del bacino.

Il confronto sull’acqua del Vajont si inserisce quindi in una discussione più ampia sul destino dei luoghi segnati dalle catastrofi: utilizzare una risorsa naturale o conservarne il significato storico e civile. La discussione riguarda anche il modo in cui una valle può affrontare nuove esigenze senza separarle dalla propria memoria.

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