Vajont, 63 anni dopo: il quaderno ritrovato nel fango e le nuove scoperte sulla frana
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Redazione Interno
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Nella sterminata distesa di fango e detriti che ha preso il posto di Longarone dopo il disastro del Vajont, un vigile del fuoco arrivato da L'Aquila per unirsi ai soccorritori si imbatte in un quaderno. Lo vede mentre scava tra quella devastazione, lo raccoglie e lo porta con sé, come fosse un oggetto prezioso. Quelle pagine ingiallite appartengono a Marinella, una delle vittime della tragedia. Oggi sono conservate al cimitero monumentale delle vittime del Vajont, a Fortogna, e continuano a raccontare una storia personale dentro la catastrofe collettiva.
Il ricordo delle istituzioni e la memoria dei sopravvissuti
A 63 anni dalla sera del 9 ottobre 1963, quando una frana di circa 270 milioni di metri cubi si staccò dal monte Toc e precipitò nel bacino artificiale, le massime cariche dello Stato hanno rinnovato il proprio omaggio alle vittime. Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha scritto sui social che ricordare è un dovere, mentre il presidente della Camera Lorenzo Fontana ha parlato di una triste pagina della storia italiana.
Il capo dello Stato ha inviato un messaggio nel quale sottolinea come la sicurezza dei territori e la prevenzione dei rischi debbano restare una priorità per le istituzioni. A Longarone, come ogni anno, la commemorazione si è svolta tra la chiesetta di Sant'Antonio sulla diga e il cimitero di Fortogna, dove riposano le vittime.
Franca, 89 anni, ha acceso un lumino per ricordare la sua famiglia travolta dal gorgo violento del Vajont, come recita la lapide. Un'altra sopravvissuta ha affidato al microfono la sua convinzione che non si possa forzare la natura né prendere decisioni sulla testa delle persone. Micaela Coletti, che aveva 12 anni quella notte e perse i genitori, la nonna e una sorella, è oggi presidente del Comitato Sopravvissuti del Vajont.
In una recente intervista ha raccontato di aver rivissuto il terrore di quella notte guardando le immagini dell'alluvione in Tibet e Nepal, e ha sottolineato che le responsabilità di quanto accadde ricadono su chi governa, non sui singoli cittadini.
La scienza riscrive il meccanismo della frana
Mentre la memoria si rinnova, la ricerca scientifica continua a interrogare la montagna. Un nuovo studio condotto dall'Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale di Trieste insieme all'Università di Parma ha ricostruito con maggiore precisione il meccanismo della frana, definita dagli studiosi come bipartita. Secondo la nuova ricostruzione, il monte Toc non franò come un unico blocco: una parte basale più soffice e una sommitale più rigida si comportarono in modo diverso.
La base argillosa si schiantò quasi subito contro il versante opposto con un urto così violento da trasformare il materiale in qualcosa di simile alla roccia, mentre il piastrone superiore, spesso tra i 70 e gli 80 metri, per inerzia si scollò e continuò a correre sul versante davanti, spingendo l'acqua come se una mano l'avesse accompagnata.
La ricerca, avviata nel 2011 e basata su rilievi sismici e geoelettrici che hanno investigato il sottosuolo fino a 200-300 metri di profondità, risolve il paradosso fisico di una velocità di discesa che i modelli precedenti stimavano tra i 70 e i 100 chilometri orari, considerata poco realistica. I risultati saranno presentati il 7 ottobre al Centro visite di Erto e Casso. Dal punto di vista delle responsabilità umane, sottolineano i ricercatori, non cambia nulla.
Un disastro annunciato e le sue ferite giudiziarie
Il Vajont è considerato dalle Nazioni Unite l'esempio emblematico di disastro evitabile. Prima che la frana si staccasse, la giornalista Tina Merlin aveva denunciato sulle pagine de l'Unità i rischi legati alla costruzione della diga, ma le sue parole non furono ascoltate. Nel 1959, quattro anni prima della tragedia, una frana di tre milioni di metri cubi si era già staccata nel bacino della vicina diga di Pontesei, generando un'onda di oltre venti metri e uccidendo l'operaio Arcangelo Tiziani.
Le indagini geologiche condotte negli stessi anni avevano segnalato la presenza di strati scivolosi e rocce fessurate sotto il monte Toc. Il processo, trasferito all'Aquila per legittima suspicione, si concluse con due condanne: cinque anni per l'ingegnere della Sade Alberico Biadene e tre anni e otto mesi per Francesco Sensidoni del ministero dei Lavori pubblici, con il riconoscimento del reato di inondazione aggravato dalla prevedibilità. I risarcimenti civili si conclusero solo nel Duemila, quando Sade e Montedison pagarono complessivamente 77 miliardi di lire.
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