Il quaderno di Marinella ritrovato nel fango del Vajont torna a raccontare la tragedia

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Un quaderno trovato tra il fango e i detriti di Longarone dopo il disastro del Vajont ha riportato alla luce la storia di Marinella, una delle tante vite cancellate dalla tragedia del 9 ottobre 1963. A recuperarlo fu Ulderico, un vigile del fuoco arrivato da L’Aquila insieme ai soccorritori accorsi da tutta Italia, che lo raccolse durante le operazioni di ricerca e lo conservò come un oggetto prezioso.

Quelle pagine ingiallite sono oggi custodite al cimitero monumentale delle vittime del Vajont e rappresentano una testimonianza privata dentro una delle più gravi tragedie civili italiane. La notte del 9 ottobre 1963 una frana dal Monte Toc precipitò nel bacino artificiale provocando un’enorme onda che travolse la valle e distrusse Longarone. Il bilancio delle vittime fu di circa 1.900 persone, con interi nuclei familiari cancellati in pochi minuti.

Le denunce ignorate prima della tragedia

Prima della catastrofe, la giornalista Tina Merlin aveva raccontato i timori degli abitanti della valle e i segnali legati alla fragilità del territorio. Dalle pagine dell’Unità aveva seguito le preoccupazioni delle comunità locali, mentre il progetto della diga della SADE avanzava tra grandi aspettative industriali e contestazioni sui rischi dell’opera. Il suo lavoro rimase a lungo isolato nel panorama dell’informazione nazionale.

La costruzione dell’impianto idroelettrico era iniziata negli anni Cinquanta e aveva rappresentato uno dei grandi progetti infrastrutturali dell’Italia del dopoguerra. Nel corso del tempo emersero però dubbi sulla stabilità dei versanti che circondavano il bacino, soprattutto nell’area del Monte Toc, dove erano stati osservati movimenti del terreno. La vicenda diventò anche un caso emblematico sul rapporto tra sviluppo economico, controlli tecnici e ascolto delle segnalazioni provenienti dal territorio.

La memoria delle vittime e il racconto del Vajont

A distanza di decenni, il ricordo della tragedia continua attraverso luoghi simbolici e testimonianze personali. Alla chiesetta di Sant’Antonio, sulla diga, vengono celebrate cerimonie dedicate alle vittime, mentre nel cimitero monumentale trovano spazio oggetti recuperati tra le macerie, capaci di restituire nomi e storie individuali dietro ai numeri della strage.

Il Vajont è stato raccontato anche attraverso libri, inchieste e spettacoli teatrali che hanno contribuito a mantenere viva la ricostruzione degli eventi. Marco Paolini ha portato la vicenda sul palco con il suo racconto teatrale del 1993, nato come una forma di orazione civile e diventato uno dei principali strumenti di divulgazione sulla tragedia.

Il dibattito sul futuro della diga

Negli ultimi anni il tema del Vajont è tornato anche nel confronto sull’utilizzo delle risorse idriche. Marco Paolini ha affrontato la questione partendo dalla necessità di valutare il valore dell’acqua in un contesto segnato dalla riduzione dei ghiacciai e dai cambiamenti ambientali, sottolineando il peso storico che accompagna ogni decisione legata a quel territorio.

La discussione sull’eventuale utilizzo delle risorse del bacino si inserisce in una valle dove la memoria della tragedia rimane legata alle responsabilità individuate nei processi successivi e alle storie delle persone che persero la vita. Il quaderno recuperato dal vigile del fuoco Ulderico aggiunge un nuovo elemento alla conservazione della memoria individuale, trasformando una semplice raccolta di pagine in una traccia concreta della vita cancellata dal disastro.

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