Libano, la giornalista Amal Khalil uccisa da un raid israeliano a Tiro: colpita anche l’ambulanza della Croce Rossa

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Due raid aerei condotti dall’Idf nel sud del Libano hanno posto fine alla vita della giornalista Amal Khalil, corrispondente del quotidiano Al-Akhbar, mentre si trovava nella città di Tiro (Tiri, per la precisione, nella cintura di Bint Jbeil) a documentare quanto stava accadendo. La notizia, giunta in un contesto di altissima tensione nonostante la tregua mediata dagli Stati Uniti in vigore da dieci giorni, ha immediatamente acceso un acceso dibattito sulla condotta delle operazioni militari israeliane, soprattutto alla luce delle dinamiche che hanno caratterizzato l’attacco. Ferita anche la fotografa Zeinab Faraj, la quale – stando alle prime ricostruzioni – si trovava a bordo o nelle immediate vicinanze del veicolo colpito prima del secondo ordigno. Quello che rende ancor più drammatico l’episodio, e che ha spinto le autorità libanesi a parlare di “crimine di guerra”, è quanto accaduto nei momenti immediatamente successivi al primo bombardamento, quando un’ambulanza della Croce Rossa, sopraggiunta per prestare soccorso, sarebbe stata a sua volta deliberatamente presa di mira dai militari israeliani.

La dinamica dei fatti e l’assedio dei soccorsi

Secondo le dettagliate ricostruzioni fornite dall’Agenzia nazionale di stampa libanese (Nna) e dal ministero della Salute di Beirut, i due raid non sarebbero avvenuti in maniera contestuale, ma a distanza di tempo, quasi come se si trattasse di una “caccia” all’obiettivo. La Khalil, dopo essere sopravvissuta al primo attacco – che aveva centrato un’auto poco distante dalla sua – si era rifugiata in un edificio che riteneva sicuro, avvisando tempestivamente colleghi e operatori umanitari della sua posizione. Ed è proprio in questo frangente, mentre attendeva l’arrivo dei soccorsi insieme alla collega Faraj, che un secondo drone israeliano ha centrato in pieno l’edificio, causandone il crollo parziale. Il della giornalista 43enne, una delle firme più critiche nei confronti di Gerusalemme, è rimasto a lungo sepolto sotto le macerie a causa dell’impossibilità per i paramedici di avvicinarsi alla zona. Le autorità libanesi, come riportato anche dall’emittente francese France 24, hanno riferito che l’esercito israeliano avrebbe materialmente impedito l’accesso ai soccorritori, lanciando anche granate stordenti contro l’ambulanza per allontanarla; un’accusa, questa, che trova riscontro nelle dichiarazioni della freelance Courtney Bonneau, la quale, in un video pubblicato da Beirut, ha parlato senza mezzi termini di “giustizia eseguita” ai danni della collega.

La posizione di Israele e le trattative a Washington

Dall’altra parte, ovviamente, la versione fornita dai vertici militari israeliani differisce radicalmente da quella libanese. L’Idf ha infatti ammesso la responsabilità del raid, sostenendo però di aver colpito un “obiettivo militare” di Hezbollah. Secondo la narrazione riportata dai media internazionali, i militari affermano di aver individuato un veicolo che si stava avvicinando pericolosamente alle proprie postazioni, violando l’area cuscinetto, e di aver reagito per neutralizzare una minaccia imminente; in questo quadro – aggiungono – non vi sarebbe stata alcuna intenzionalità nel colpire i giornalisti, né tantomeno i mezzi di soccorso. Questa drammatica sequenza di eventi, che arriva a poche ore dall’inizio del secondo round di colloqui tra delegazioni israeliane e libanesi a Washington, rischia ora di minare ulteriormente la fiducia reciproca. Il segretario di Stato Marco Rubio, insieme agli ambasciatori Mike Huckabee (in Israele) e Michel Issa (in Libano), ha ricevuto le parti proprio nel giorno in cui si consumava questa ennesima tragedia, mentre l’amministrazione Trump cerca da più di un anno di stabilizzare i confini senza però riuscire a fermare completamente gli scoppi di violenza.

Le reazioni e le indagini sul campo

A livello istituzionale, la presa di posizione del governo libanese è stata durissima. Il primo ministro Nawaf Salam ha infatti tuonato contro quella che ha definito una “strategia consolidata”, piuttosto che un incidente isolato, accusando Gerusalemme di violare sistematicamente il diritto internazionale umanitario che, come ribadito anche dall’ambasciata russa a Beirut, garantisce la protezione speciale ai giornalisti impegnati in zone di conflitto. La vicenda assume contorni ancora più inquietanti alla luce di quanto rivelato dal Comitato per la protezione dei giornalisti (Cpj), secondo cui la stessa Amal Khalil aveva ricevuto, già nel settembre 2024, una minaccia di morte diretta dall’esercito israeliano che le intimava di lasciare il Sud del Libano pena la distruzione della sua casa. Gli sviluppi giudiziari, al momento, restano confinati alle denunce formali presentate agli organismi Onu; sul campo, invece, gli inquirenti libanesi stanno ancora cercando di mettere insieme i frammenti della dinamica, mentre i corpi dei soccorritori hanno finalmente estratto la salma della reporter da sotto le macerie dell’abitazione di Tiro, dove era rimasta intrappolata per molte ore prima che i raid permettessero una tregua nei bombardamenti.

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