Amal Khalil, la giornalista che non dimenticava gli animali uccisa in un raid israeliano

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il giubbotto con la scritta “press” è lì, abbandonato a terra accanto a una telecamera ancora accesa sul cavalletto, entrambi sporchi della polvere sollevata dalle macerie di un villaggio del Libano meridionale. Chi li indossava, la giornalista Amal Khalil, non tornerà a riprenderli: è stata uccisa mercoledì 22 aprile in un raid israeliano che ha colpito l’area di al-Tayri, nonostante la fragilità di un cessate il fuoco entrato in vigore solo cinque giorni prima, il 16 aprile, quando ci si aspettava una tregua di dieci giorni poi prolungata di altre tre settimane. A raccontare quelle ore di agonia è la collega che era con lei, la fotografa freelance Zeinab Faraj, il cui volto ancora oggi appare segnato dalle ferite in un letto d’ospedale a Beirut: “Mi è sembrato di aspettare per un’eternità”.

Le ore di attesa sotto le macerie e i soccorsi bloccati

I fatti, ricostruiti anche grazie alle dichiarazioni della stessa Faraj all’Associated Press, seguono una dinamica agghiacciante che si è consumata nell’arco di diverse ore. Le due giornaliste si muovevano in auto, seguendo un veicolo che precedeva il loro, quando un primo razzo has centrato in pieno la macchina davanti, uccidendo subito i due occupanti. I resoconti della testata Al Jazeera, ripresi da fonti libanesi, hanno indicato che Khalil e Faraj, dopo essersi fermate e aver cercato riparo lungo il ciglio della strada sotto la sorveglianza di un drone che non le perdeva di vista, si sono rifugiate all’interno di un edificio vicino, un laboratorio o un’attività commerciale di cui Faraj è riuscita ad aprire la saracinesca. Quel primo impatto, tuttavia, non era che l’inizio della trappola: circa un’ora più tardi, un secondo ordigno ha centrato la loro auto, che ha preso fuoco investendo Khalil con le fiamme mentre la collega rimaneva ferita. Da quel momento, le due sono rimaste bloccate per ore, contattando famiglie e redazioni mentre fuori, nonostante i ripetuti allarmi lanciati dalla Croce Rossa libanese e dall’esercito, nessun soccorso riusciva ad arrivare. Secondo il ministero della Salute libanese, i militari israeliani avrebbero aperto il fuoco contro l’ambulanza inviata sul posto costringendola a tornare indietro, ma è nel resoconto diretto di Faraj che emerge la disperazione più intima: “Quando ho detto che volevo addormentarmi, Amal si è avvicinata e mi ha abbracciata, dicendomi: ‘Zeinab, non restare sola’”. Solo dopo un terzo attacco, che ha fatto crollare l’edificio e scaraventato fuori Faraj, i soccorsi sono riusciti a estrarre la fotografa ancora viva e i corpi delle due vittime del primo veicolo. Per Khalil, intrappolata dentro, non c’è stato nulla da fare: il suo è stato recuperato solo poco prima della mezzanotte, e la collega è convinta che, se i soccorsi fossero arrivati prima, sarebbe ancora viva.

Una professionista sotto minaccia e la sua battaglia per gli animali

Khalil, 43 anni, era una firma di punta del quotidiano Al-Akhbar, una testata laica e progressista che da anni racconta il Libano con un’attenzione particolare ai diritti civili e alla giustizia sociale, tanto che alcuni analisti la definiscono “affiliata” alla narrazione della resistenza senza tuttavia esserne un organo ufficiale. Ma a distinguerla da molti altri colletti bianchi della guerra, c’era una sensibilità peculiare che emerge prepotentemente dai ricordi dei suoi vicini di casa: si aggirava per le zone di conflitto non solo per contare i morti tra la popolazione civile, ma anche per documentare le ripercussioni che le bombe hanno sugli animali, cani e gatti randagi spesso dimenticati dalle agenzie di stampa e che lei, invece, raccontava con la stessa determinazione con cui smentiva la propaganda nemica. “Se non fosse stata una giornalista, avrebbe dedicato la sua vita a salvare gli animali”, ha raccontato un suo vicino a un media indipendente, descrivendo il piccolo cortile della sua casa a Baysariyyeh dove aveva piantato alberi da frutto e accolto diversi gatti salvati. E non era una battaglia ingenua o naif: lei sapeva benissimo a cosa andava incontro, tant’è che da mesi riceveva minacce di morte esplicite, l’ultima delle quali da un numero israeliano riconducibile a un youtuber e presunto ex sergente dell’intelligence, Gal Gideon Ben Avraham, che le aveva scritto: “Sappiamo dove ti trovi e ti raggiungeremo a tempo debito. Ti suggerisco di trasferirti in Qatar o da qualche altra parte, se vuoi che la tua testa rimanga collegata alle tue spalle”.

Il diritto internazionale calpestato e le reazioni delle Nazioni Unite

La vicenda di Amal Khalil non è purtroppo un caso isolato, ma si inserisce in una scia di sangue che da ottobre 2023 ha visto morire almeno 14 giornalisti libanesi per mano delle forze israeliane, senza contare i colleghi palestinesi uccisi nella Striscia di Gaza. E proprio per questo, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani è intervenuto con un linguaggio che non ammette mezzi termini: colpire deliberatamente dei cronisti durante un conflitto, ha spiegato il portavoce Thameen Al-Kheetan, potrebbe integrare gli estremi dei crimini di guerra secondo il diritto internazionale umanitario; un diritto, quest’ultimo, che protegge i giornalisti in quanto civili a prescindere dalla linea editoriale del giornale per cui lavorano. I report dell’Onu hanno documentato “attacchi diretti contro civili” anche dopo l’inizio della tregua, compreso il caso specifico in cui i soccorsi sono stati ostacolati, e hanno messo in luce un meccanismo perverso: non è raro che alcuni giornalisti vengano prima identificati pubblicamente dai portavoce dell’esercito sui social come “facilitatori” o elementi ostili, per poi essere “neutralizzati” sul campo da un raid aereo che cancella ogni possibilità di difesa. Le autorità israeliane, da parte loro, hanno respinto ogni accusa parlando di “operativi di Hezbollah” presenti nell’area e sostenendo che i giornalisti erano consapevoli dei rischi muovendosi in una “zona gialla” sotto il loro controllo, ma il Committee to Protect Journalists ha ricordato che non esiste alcuna prova che Khalil o Faraj stessero partecipando direttamente alle ostilità.

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