L’esercito israeliano uccide la giornalista Amal Khalil, per Beirut è un «crimine di guerra» la “delegittimazione” mediatica prima del fuoco
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Redazione Esteri
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La guerra, si sa, non risparmia mai la verità; anzi, la trasforma nel primo e più doloroso dei danni collaterali. Amal Khalil, inviata del quotidiano libanese Al-Akhbar, ne ha avuto la prova qualche ora prima di morire, quando, nascosta tra le macerie di una casa centrata da un drone israeliano nel villaggio di al-Tiri, ha avuto appena il tempo di scrivere ai colleghi quella frase, “sto bene”, che suonava come un disperato tentativo di normalità in un inferno di polvere e acciaio. La sua voce, però, si è spenta per sempre nella notte di mercoledì, soffocata da quell’onda d’urto che da anni colpisce chi, in Medio Oriente, prova a raccontare i soprusi senza indossare la divisa di una parte. E il suo, avvolto nella bandiera libanese durante i funerali a Baissarieh, è diventato l’ennesimo simbolo di una strategia militare che, secondo accuse sempre più pressanti, avrebbe trasformato i cronisti in bersagli “utili” da neutralizzare sul campo.
Se la cronaca di questi mesi registra una sequela impressionante di lutto – dall’uccisione di Ali Shoeib, il corrispondente di Al-Manar che il portavoce Avichay Adraee inseguiva sui social con la scritta “Ecco come diamo la caccia agli elementi di Hezbollah”, a quella dei fratelli Ftouni a marzo – il caso di Amal Khalil aggrava ulteriormente il quadro giuridico del conflitto. Ciò che trasforma questo ennesimo raid non in un semplice incidente, ma in una potenziale violazione degli articoli 79 e 147 del Protocollo I di Ginevra, è la dinamica del doppio attacco (o “double tap”): dopo aver colpito il veicolo che precedeva le due reporter, l’esercito israeliano ha atteso che Amal e la fotografa Zeinab Faraj si rifugiassero in un edificio residenziale per bombardarlo deliberatamente, impedendo poi ai soccorsi della Croce Rossa di recuperare il per ore, sparando persino colpi di avvertimento contro le ambulanze.
Il precedente della delegittimazione mediatica
Non si trattava, per chi ha premuto il grilletto, di un errore tattico o di un fuoco incrociato confuso. Amal Khalil lavorava per Al-Akhbar, testata che i vertici militari israeliani e think tank come l’Alma Research and Education Center definiscono spudoratamente un mezzo “affiliato” o “portavoce” di Hezbollah, una sorta di estensione mediatica dell’Asse della Resistenza che giustificherebbe, nella narrazione dello Stato ebraico, la messa al bando dei suoi professionisti. È la stessa logica, pericolosamente liquida, che ha portato alla distruzione sistematica delle infrastrutture giornalistiche a Gaza: si cancella il messaggio uccidendo il messaggero, si colpisce la “bussola” (come venivano definiti gli editoriali di al-Amin) per disorientare il nemico. Questo meccanismo di delegittimazione preventiva – si veda l’accusa di “facilitatore” mossa contro Shoeib ancora prima che venisse eliminato – ha creato un vuoto normativo sul campo: se chi impugna la macchina fotografica viene considerato un combattente, il diritto internazionale umanitario che lo protegge diventa carta straccia.
Le reazioni politiche e l’inerzia dell’Occidente
Mentre a Washington si svolgeva un secondo round di colloqui tra delegati israeliani e libanesi (in un contesto di cessate il fuoco già fragile e in continua violazione), la notizia della morte di Amal ha riempito l’aria di Beirut di rabbia e impotenza. Ieri, piazza dei Martiri ha ospitato un sit-in di oltre 150 giornalisti e operatori umanitari, i quali hanno chiesto a gran voce che la Corte Penale dell’Aia apra un’inchiesta per “crimine di guerra” contro i responsabili delle Idf. Il presidente libanese Joseph Aoun, raccogliendo il malcontento generale, ha parlato senza mezzi termini di “crimine sfacciato” che viola le basi del diritto internazionale, mentre il premier Nawaf Salam ha ricordato come ostacolare l’accesso ai soccorsi costituisca una violazione aggiuntiva dei trattati. Le condanne diplomatiche, però, restano perlopiù sterile retorica: nessuna sanzione concreta è stata paventata dall’amministrazione americana nei confronti di Israele, segno evidente di un doppio standard che rende impunita la morte di chi, in Libano, cerca di documentare le demolizioni di villaggi di frontiera.
L’ultima corsa di una reporter senza giubbotto salvavita
La vicenda di Amal Khalil ci restituisce il ritratto di una professionista che, consapevole del rischio, aveva scelto di restare. “Non sono più importante delle persone di cui racconto la storia”, aveva dichiarato in una delle sue ultime interviste, rifiutando l’idea di un esilio dorato in Qatar che le era stato persino suggerito via messaggio da un numero israeliano qualche mese fa. La sua morte, avvenuta mentre documentava un’ennesima espropriazione di terre nel sud, interrompe bruscamente quel flusso di testimonianze che tentava di dare un volto alle vittime civili del conflitto. E mentre la sua bara, tra canti e bandiere, lasciava la periferia di Sidone per raggiungere il cimitero, un silenzio innaturale è calato sulle macerie della casa che l’aveva tradita. Perché in fondo, come dimostra il recupero notturno del suo avvenuto solo dopo estenuanti trattative, la guerra decide chi può essere salvato e chi, invece, deve fare da monito a chi prova ancora a raccontarla.




