La doppia trappola nel sud Libano: come Israele ha ucciso la giornalista Amal Khalil
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Redazione Esteri
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Non c’è stato un solo, isolato boato. A uccidere Amal Khalil, cronista del quotidiano libanese Al-Akhbar, è stata una sequenza precisa e crudele, quella che sui manuali militari viene definita la tecnica del “doppio tocco”. Era il pomeriggio del 22 aprile quando, nel villaggio di al-Tiri, un drone israeliano ha prima centrato un’auto che viaggiava davanti al veicolo delle giornaliste. Nei momenti immediatamente successivi, come riportano le agenzie internazionali e i media locali, Khalil e la collega Zeinab Faraj – una fotografa freelance – hanno cercato riparo in un edificio vicino. È stato proprio quell’edificio, a detta degli operatori della Croce Rossa e della Difesa Civile libanese, il bersaglio della seconda esplosione.
Sul posto indossava il casco e il giubbotto antiproiettile marchingegno “Press”. Eppure, quella pettorina che nelle guerre convenzionali dovrebbe fungere da scudo simbolico non le ha salvato la vita; anzi, la dinamica dell’agguato – due colpi ravvicinati mirati a bloccare prima la fuga e poi i soccorsi – suggerisce che la professionalità della reporter fosse, agli occhi dei caccia israeliani, una colpa aggravante. Il primo ministro libanese, Nawaf Salam, ha parlato apertamente di un “metodo stabilito” per colpire sistematicamente i lavoratori dell’informazione e coprire ciò che accade realmente sul terreno.
La strategia del “silenzio” e la guerra ai portavoce
Le motivazioni ufficiali fornite dalle Israel Defense Forces (Idf) seguono un copione ormai collaudato: si trattava di obiettivi militari, “elementi di Hezbollah”, o presunti tali, che minacciavano la linea di sicurezza. Quello che emerge, leggendo le comunicazioni e i dossier degli ultimi mesi, è un disegno più radicale che trasforma la stampa in un target strategico, a prescindere dalla sua posizione geografica immediata. Non è un caso, in quest’ottica, che la macchina bellica israeliana abbia affinato un certo lessico: il portavoce in lingua araba delle Idf, Avichay Adraee, da anni prende di mira figure specifiche come il giornalista Ali Shoeib, etichettandolo come “facilitatore” del Partito di Dio.
Il 18 marzo scorso, Adraee ha pubblicato un video dei bombardamenti nel sud del Libano con un messaggio inequivocabile: “Così diamo la caccia agli elementi di Hezbollah”. Erano messaggi in codice che delegittimavano in anticipo chiunque scrivesse da quella zona. Se un reporter lavora per testate come Al-Akhbar o Al-Manar, viene automaticamente risucchiato in una zona grigia in cui non esiste più la categoria del civile, ma solo quella del “combattente atipico” o dell’addetto stampa nemico. La Federazione Internazionale dei Giornalisti (Ifj) ha già denunciato in passato questa deriva, sostenendo che l’esercito diffama i cronisti accusandoli di complicità nel terrorismo per giustificarne a priori l’eliminazione.
La dinamica dell’omicidio mirato e l’ostruzione ai soccorsi
La morte di Amal Khalil, avvenuta due giorni fa, aggiunge un capitolo agghiacciante per quanto riguarda l’accesso umanitario. Testimoni e fonti libanesi riferiscono che, dopo il crollo dell’edificio causato dalla seconda ondata di bombardamenti, la giornalista è rimasta intrappolata sotto le macerie per quasi due ore, se non di più. I soccorritori dell’Unifil, dell’esercito libanese e della Croce Rossa, contrariamente a quanto previsto dal diritto bellico, non hanno potuto avvicinarsi al luogo del disastro. Secondo le ricostruzioni, le forze israeliane presenti nella zona avrebbero aperto il fuoco di sbarramento o lanciato granate stordenti per impedire ogni tentativo di salvataggio.
La sua collega, Zeinab Faraj, è stata estratta viva con una ferita alla testa; ma per Amal, che gli amici descrivono come “voce del Sud”, l’arrivo dei bulldozer e delle squadre di recupero è stato tardivo. Le autorità libanesi hanno formalmente accusato Israele di aver ostruito le operazioni di salvataggio, un comportamento che il Comitato per la protezione dei giornalisti (CpJ) ha definito una grave violazione del diritto internazionale umanitario. Questo “assedio ai soccorsi” è la prova che l’uccisione non è stata un errore tattico in presa diretta, ma un progetto coordinato per fare terra bruciata intorno alla testimonianza.
La cronista, le minacce e il prezzo della testimonianza
Amal Khalil non era nuova a quelle che i colleghi chiamano “pressioni psicologiche”. Nell’autunno del 2023, due anni fa, aveva denunciato pubblicamente di aver ricevuto messaggi su WhatsApp da un numero israeliano; le intimavano di lasciare il Paese, con la scritta testuale: “Sappiamo dove sei e ti raggiungeremo quando sarà il momento”. Sembrava una delle tante minacce nel clima surriscaldato del conflitto mediorientale, ma si è rivelata una promessa di morte messa in atto con una ferocia burocratica.
Aveva 43 anni, una carriera iniziata durante la guerra del 2006, e documentava le demolizioni delle case nei villaggi di confine. L’ultimo messaggio che è riuscita a inviare alla redazione di Al-Akhbar era quasi un telegiornale in presa diretta: “C’è un attentato, ma sto bene”. Poi il silenzio della linea. Il presidente libanese Joseph Aoun ha reagito con durezza alla notizia, definendo l’aggressione "un crimine di guerra” e indicando Israele come il deliberato mandante di un’esecuzione sommaria contro chi cerca di tenere accese le telecamere nei territori occupati. Non si tratta, dunque, di un incidente di percorso, ma dell’ennesima tessera di un mosaico che da Gaza al Libano meridionale cerca di cancellare la differenza tra chi imbraccia un fucile e chi imbraccia una penna.




