Libano, il “double tap” contro la giornalista Amal Khalil: cronisti nel mirino tra bombe e soccorsi bloccati

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   C’è una distanza precisa, cinquantasette chilometri, che separa Baïssariyé – la cittadina natale di Amal Khalil nel distretto di Saida – da Tiri, nel distretto di Bint Jbeil, dove la sua vita è stata spezzata. È lì, ai margini di quella che l’esercito israeliano definisce la “Linea Gialla”, che la cronista del quotidiano al-Akhbar, in forza al giornale sin dalla sua fondazione nel 2006, è stata centrata da un raid mentre documentava gli ultimi sviluppi delle operazioni militari. Una figlia del Sud, quella Khalil, che per anni aveva restituito voce alle comunità libanesi seguendo il logorante conflitto al confine, trovandosi così a pagare il prezzo più alto sul campo, quello di una professione che nei teatri di guerra moderni espone i cronisti a un rischio sempre più letale.

Secondo le ricostruzioni fornite dai media locali e dalle autorità di Beirut, la dinamica dell’aggressione segue un copione ormai agghiacciante e tristemente collaudato. Mentre si trovava insieme alla fotografa Zeinab Faraj – poi tratta in salvo seppur gravemente ferita – un primo attacco ha colpito un veicolo nelle immediate vicinanze, costringendo le due professioniste a cercare riparo all’interno di un edificio. È stato a quel punto, proprio mentre tentavano di mettersi al sicuro, che l’abitazione è stata centrata da un secondo ordigno. Si tratta della tecnica nota come “double tap” (doppio colpo), una brutale strategia bellica che prevede di colpire una prima volta un obiettivo e poi tornare nuovamente a bombardare la stessa area, spesso in corrispondenza dell’arrivo dei soccorsi.

La caccia agli umanitari e il recupero notturno

Ciò che trasforma questo episodio da tragedia a possibile crimine di guerra è la condotta tenuta nei confronti della macchina dei soccorsi. Il fuoco, infatti, non si è fermato all’auto delle due reporter né alla casa dove si erano rifugiate: i militari hanno poi sparato anche contro l’ambulanza e le squadre della Croce Rossa che cercavano di avvicinarsi per prestare i primi soccorsi. Per diverse ore, l’esercito libanese mobilitato dal governo, l’Unifil e la Difesa Civile sono rimasti di fatto bloccati, impossibilitati a intervenire a causa dell’intensità dei bombardamenti e del fuoco diretto. La reporter è rimasta intrappolata sotto le macerie per più di sette ore, un lasso di tempo fatale che ha reso vano ogni tentativo di salvarla; il suo è stato infine recuperato senza vita soltanto nella notte, mentre la collega Faraj veniva messa in salvo.

L’ostruzionismo dei soccorsi, in questo specifico contesto bellico, non rappresenta affatto un’eccezione. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha registrato una media di tre attacchi al giorno contro strutture sanitarie e ambulanze da parte dell’esercito israeliano nel solo Libano, con decine di medici e operatori uccisi mentre adempivano al loro dovere. È un quadro inquietante che il Comitato per la protezione dei giornalisti (CpJ) ha definito come un “metodo stabilito”, e non più come una serie di incidenti isolati, finalizzato a colpire i lavoratori dei media e a coprire la realtà sul campo.

Amal Khalil e il bilancio delle vittime in divisa “Press”

Amal Khalil, quarantatreenne dalla carriera solida iniziata proprio con la guerra del 2006, è la nona giornalista uccisa in Libano in poco più di un mese. Un numero che si inserisce in un conteggio ancora più macabro se si allarga lo sguardo alla Striscia di Gaza, dove le vittime tra gli operatori dell’informazione hanno ormai abbondantemente superato quota 250. Al momento dell’attacco, Khalil indossava l’equipaggiamento standard che la identificava chiaramente come stampa – giubbotto e casco con la scritta “Press” ben visibile – circostanza che, sul piano giudiziario, rende insostenibile l’ipotesi di un errore di identificazione o di un semplice “danno collaterale”.

Le Nazioni Unite, alla luce di questi numeri sproporzionati rispetto a qualsiasi altro conflitto contemporaneo, hanno invocato l’apertura di un’inchiesta indipendente. D’altronde, la tecnica del “double tap” utilizzata in questo caso non solo impedisce di salvare i feriti, ma cancella fisicamente le tracce di chi tenta di documentare le violenze. Per chi resta, come la fotografa Feraj, l’incubo è fatto di quelle ultime parole scambiate tra le macerie: mentre un drone ronzava minaccioso sopra le loro teste, Khalil l’avrebbe esortata a non addormentarsi, a non lasciarla sola, fino all’attimo dell’impatto finale.

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