La giornalista Amal Khalil uccisa in Libano e la scia di minacce di uno youtuber filogovernativo israeliano

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Sembrava un atto di puro sadismo digitale, quasi due anni fa, quando un numero israeliano raggiunse il telefono di Amal Khalil via WhatsApp. A settembre 2024, la giornalista di Al Akhbar lesse un messaggio che avrebbe dovuto metterla in allerta, scritto da un profilo riconoscibile: quello del podcaster Gal Gideon Ben Avraham, volto noto di Channel 14 e gestore di un canale Youtube. “Ok, cara. Ti stai muovendo da un villaggio all’altro… la tua casa è ancora in piedi?”, si leggeva nei frammenti di quella conversazione, recuperati dalle agenzie di stampa. Quel che appariva come un episodio di vessazione psicologica, tipico delle guerre psicologiche condotte via social, si è trasformato in una tragica premonizione. Mercoledì, nel villaggio di al-Tiri, nel sud del Libano, Khalil ha perso la vita, e il contesto di quell’omicidio – avvenuto durante un raid delle Forze di Difesa Israeliane – si è caricato di un peso giudiziario e deontologico inaudito, grazie alle ricostruzioni che legano le minacce ricevute alla sua morte.

Per comprendere la dinamica, bisogna riavvolgere il nastro di quella drammatica giornata. Amal Khalil, 43 anni, storica firma del quotidiano Al-Akhbar, era in auto con la fotografa Zeinab Faraj per documentare gli effetti dei bombardamenti a Bint Jbeil. Non lontano da lì, le due sono state sorprese da un primo attacco aereo che ha centrato il veicolo che le precedeva, uccidendone gli occupanti; sotto choc, si sono rifugiate in una casa lungo la strada. Hanno subito contattato le loro testate e i familiari, innescando una catena di richieste di salvataggio che è arrivata fino al presidente libanese Joseph Aoun, il quale ha chiesto alla Croce Rossa locale di intervenire in coordinamento con l’esercito. Tuttavia, alle 16:27, la casa che le ospitava è stata bombardata dall’aviazione israeliana. La cronaca dei minuti successivi è macabra: mentre i soccorsi tentavano di raggiungere l’area, le Idf hanno bloccato l’accesso, insistendo con bombardamenti circostanti. Alla fine, il di Khalil è stato recuperato senza vita, mentre Faraj è stata estratta viva ma con gravi ferite alla testa.

La matrice delle minacce e il ruolo del podcaster

L’aspetto più inquietante di questa vicenda non è solo l’esito fatale, ma la genesi delle minacce che avevano preceduto la guerra. Il messaggio di Ben Avraham non era generico: conteneva dettagli precisi sugli spostamenti di Khalil, un tentativo chiaro di intimidazione misto a sadismo. “Sappiamo dove ti trovi e ti raggiungeremo a tempo debito. Ti suggerisco di trasferirti in Qatar o da qualche altra parte, se vuoi che la tua testa rimanga collegata alle tue spalle”, scriveva il podcaster, che si descrive come ex militare ancora in contatto con l’intelligence israeliana. La peculiarità del caso, e che lo distacca da altri episodi di violenza bellica, è che lo stesso Ben Avraham, contattato da un giornalista di Drop Site News dopo l’uccisione di Khalil, anziché dissimulare, ha riversato messaggi vocali in cui giustificava il clima di terrore. Ha accusato i media non allineati a Hezbollah di essere “terroristi”, ha fatto nomi di emittenti come Al Jazeera accusandole di collusione, e ha rivelato, forse involontariamente, una logica settaria chiara: quella di fratturare la società libanese, suggerendo al cronista di rivolgersi “ai maroniti, ai sunniti, ai drusi” per avere una narrativa diversa, dando per scontato che gli sciiti del sud siano tutti bersagli legittimi.

Un copione che si ripete nel mirino dei giornalisti

Amal Khalil non è un caso isolato, ma rappresenta l’ennesimo anello di una catena di sangue che ha trasformato il Libano in un cimitero per l’informazione. Con la sua uccisione, diventano 14 i giornalisti libanesi uccisi dalle Idf da ottobre 2023. Già a marzo di quest’anno, un raid di precisione aveva ucciso i cronisti Ali Shoeib (Al Manar) e Fatima Ftouni (Al Mayadeen) a bordo di un’auto chiaramente contrassegnata dalla scritta “Press”; in quell’occasione, l’esercito israeliano aveva giustificato l’azione accusando Shoeib di essere un funzionario dell’intelligence di Hezbollah, senza produrre alcuna prova, un escamotage retorico già utilizzato per giustificare l’omicidio di Shireen Abu Akleh a Gaza nel 2022. La strategia, denunciata dalle autorità libanesi come crimine di guerra, sembra quella di oscurare la narrazione di ciò che accade al confine: l’esercito di Tel Aviv è impegnato in operazioni di terra su larga scala e programmate nel sud del Paese, e i testimoni diretti – in particolare quelli che documentano le demolizioni sistematiche di villaggi – diventano un ostacolo da rimuovere.

La censura sul campo e il silenzio delle forze armate

Ciò che rende la vicenda ancora più tetra è la condotta delle Idf nelle ore successive al triplice attacco (il primo sulla strada, il secondo sulla casa, il terzo sui soccorsi). Fonti delle Forze Armate Libanesi hanno riferito ad Al Jazeera che i militari israeliani hanno rifiutato di garantire un corridoio sicuro per il recupero del di Khalil, e che un’ambulanza diretta all’ospedale è stata bersagliata da colpi d’arma da fuoco. Il governo di Beirut, con il premier Nawaf Salam, ha parlato apertamente di violazione deliberata del diritto internazionale, mentre il portavoce arabo delle Idf, Avichay Adraee, ha risposto con la propaganda: solo dieci giorni prima dell’omicidio, aveva condiviso un video in cui Khalil salvava un gatto dalle macerie, deridendo il gesto e definendo il suo giornale “il portavoce del partito di Satana”, un attacco alla sua umanità prima ancora che alla sua professionalità. Di fronte a questo scenario, l’esercito israeliano si è limitato a dichiarare di aver aperto una “inchiesta interna” (senza mai fornire riscontri sull’operato del youtuber Ben Avraham), mentre la lista dei professionisti dell’informazione uccisi cresce senza che alcun tribunale internazionale sia riuscito a fermare quella che le associazioni di categoria definiscono una sistematica “eliminazione dei testimoni”.

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