Amal Khalil, la giornalista uccisa in un raid israeliano: l’ultimo messaggio e i soccorsi bloccati
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Redazione Esteri
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Era sul campo da quasi vent’anni, da quel lontano 2006 quando il confine tra Libano e Israele bruciava già per l’ultima grande guerra, eppure l’esperienza non l’ha salvata dal raid che le è costato la vita. Amal Khalil, 43 anni, storica firma del quotidiano Al-Akhbar – testata che le autorità israeliane considerano vicina a Hezbollah e alla linea filo-iraniana, sebbene essa si definisca laica e progressista – è stata uccisa mercoledì pomeriggio nel villaggio di al-Tiri, nel sud del Libano, durante un’operazione militare delle Forze di Difesa Israeliane. La sua morte, avvenuta mentre documentava la devastazione dei bombardamenti nella regione di Tiro, rappresenta l’ennesimo episodio di una lunga scia di sangue che ha già fatto dichiarare il presidente Joseph Aoun, il quale parla di "crimini di guerra", e il premier Nawaf Salam, che ha usato gli stessi termini incalzando le corti internazionali. Con lei, nell’attacco, c’era la collega fotografa Zeinab Faraj, sopravvissuta con una grave ferita alla testa e poi trasportata in ospedale, mentre altre due persone sono rimaste uccise sul colpo.
Il messaggio prima del silenzio e l’incasso sotto le macerie
La cronologia degli eventi, ricostruita grazie ai contatti che Khalil è riuscita a lanciare alla redazione e ai familiari, restituisce l’immagine di una professionista che vede avvicinarsi il pericolo senza però riuscire a scampare a un destino già scritto nei messaggi minacciosi ricevuti mesi fa. Intorno alle 14:45, mentre si trovava in auto lungo la strada principale di Tiri, un drone ha centrato il veicolo che la precedeva: "Sto bene… L’auto che mi precedeva è stata colpita da un attentato", ha scritto ai colleghi, un ultimo, tragico, scambio di battute che testimonia la sua lucidità anche nell’orrore. Lei e Faraj sono scese, rifugiandosi in un edificio poco distante, e da lì hanno iniziato a chiamare chiunque potesse aiutarle, ma la risposta è stata il silenzio, o meglio il boato di una seconda ondata di bombardamenti. Nonostante le richieste di salvataggio arrivate persino dal presidente Aoun, che aveva chiesto alla Croce Rossa di coordinarsi con l’esercito e l’Unifil, l’esercito israeliano ha centrato la casa in cui si erano nascoste intorno alle 16:27.
I soccorsi nel mirino e la dinamica del "double tap"
Ciò che aggrava la posizione di Israele agli occhi delle organizzazioni internazionali, e che trasforma l’evento da tragico errore a possibile deliberata strategia, è l’ostruzionismo messo in atto verso le ambulanze. Quando la Croce Rossa libanese è riuscita ad avvicinarsi all’area, dopo ore di attesa e negoziazioni, ha estratto dalla macerie Zeinab Faraj, ancora viva, ma è stata costretta a ritirarsi perché colpita da colpi d’arma da fuoco e granate che, secondo Beirut, provenivano dalle postazioni israeliane. Il di Amal Khalil è rimasto così sotto il cemento per ore, mentre i soccorritori venivano respinti: una tattica, questa, che ricorda quella già vista a Gaza, nota come "double tap", dove si colpisce una prima volta e si torna a colpire proprio quando arrivano i mezzi di salvataggio o i giornalisti a documentare la strage. Solo in serata, dopo un ennesimo tentativo mediato dal Comitato per la protezione dei giornalisti, i paramedici hanno potuto recuperare la salma della reporter, il cui casco e giubbotto non sono serviti a fermare i frammenti delle bombe.
Minacce vecchie di un anno e la versione dell’esercito
Non era la prima volta che la vita di Amal Khalil correva pericolo per mano di Israele, e lei stessa ne era consapevole, tanto che già nel settembre del 2024 aveva denunciato ricevute minacce di morte. A mandarle messaggi su Whatsapp, come ricostruito da alcuni media, era stato un ex ufficiale israeliano o un youtuber vicino al governo, Gal Gideon Ben Avraham, il quale le aveva scritto testualmente: "Perché non vai in Qatar? Vuoi che la tua testa sia separata dal tuo?" e ancora "Sappiamo dove sei e ti raggiungeremo". Dal punto di vista militare, le Forze di Difesa Israeliane hanno confermato l’attacco, sostenendo che i colpi erano diretti contro "militanti di Hezbollah" che avevano oltrepassato la linea di sicurezza violando il cessate il fuoco, e che i dettagli sulla morte dei giornalisti sono "sotto esame". Al di là delle dichiarazioni ufficiali di Tel Aviv, che negano il deliberato bersagliamento della stampa, resta il fatto che Khalil è la nona giornalista uccisa in Libano dall’esercito israeliano dall’inizio di quest’anno, una numero che sale vertiginosamente se si conta la Striscia di Gaza, dove secondo il Committee to Protect Journalists i reporter uccisi sarebbero oltre 230 dal 2023.
I funerali tra rabbia popolare e bandiere libanesi
Nel villaggio di Baysariye, da dove Amal era originaria, una folla oceanica ha detto addio alla sua "voce del sud" mentre la bara, avvolta nella bandiera libanese e sormontata dal casco e dal giubbotto della cronista, veniva portata a spalla tra una pioggia di riso e fiori. Non c’era solo dolore, ma una rabbia profonda che esplodeva in cori di "Vergogna" urlati contro un governo libanese accusato dalla piazza di sedersi ancora al tavolo dei negoziati con chi ha appena ucciso una delle sue figlie migliori. La sorella della vittima, Zainab, stringeva il giornale con la foto della giornalista sorridente mentre in piazza dei Martiri a Beirut i colleghi si sono radunati in silenzio per protestare contro una strategia che, secondo loro, cerca di spegnere le telecamere per poter continuare a colpire indisturbata. Al di là delle ricostruzioni tecniche e delle legittime difese dell’Idf, la salma della reporter rimane lì a testimoniare come, in questa guerra asimmetrica fatta di droni e cinture di sicurezza, un giubbotto con scritto "Press" sia diventato un bersaglio anziché uno scudo.




