Referendum, un rito svuotato: il voto che non convince più
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Redazione Interno
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Quella dei referendum è ormai una storia grottesca, un rito che si ripete senza più suscitare né passioni né timori. L’ultima tornata, quella dell’8 e 9 giugno, ne ha confermato il declino: cinque quesiti, ciascuno con una sua legittimità, hanno raccolto appena il 30,6% dei voti in Italia e il 23,8% tra gli italiani all’estero. Numeri che, sebbene largamente attesi, hanno superato in delusione anche le previsioni più pessimistiche.
Non è una novità, certo. Negli ultimi trent’anni, su dieci referendum non costituzionali, solo due avevano raggiunto il quorum. Eppure, questa volta, la sconfitta ha un sapore più amaro. I promotori, consapevoli dell’improbabilità di vincere, avevano già preparato un “piano B”: celebrare come vittoria il semplice fatto di aver mobilitato una quota, seppur esigua, di elettori. Una strategia che, più che un tentativo di rilanciare lo strumento referendario, ne sancisce l’irrilevanza.
C’è chi, tra i sostenitori del “sì”, prova a trasformare la débâcle in un argomento: il fatto che una parte degli italiani abbia votato a favore dell’abrogazione, dicono, dimostrerebbe che il tema merita di essere ripreso in sede politica. Peccato che, senza quorum, quel risultato resti poco più di un’opinione.
Il problema, però, non è solo la soglia del 50%+1. Quello che emerge con forza è la crescente sfiducia verso un istituto che, un tempo, era considerato uno strumento di democrazia diretta. Oggi, invece, appare sempre più come un relitto di un’epoca in cui la partecipazione aveva un peso diverso. Le proposte per rinnovarlo non mancano – dal voto elettronico alla riduzione del quorum –, ma nessuna sembra in grado di restituirgli credibilità.




