Referendum, quell’affluenza che non convince: tra disinteresse e quesiti complessi
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Redazione Interno
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Non è solo questione di quorum mancato, ma di come lo strumento referendario viene utilizzato. I cinque quesiti su lavoro e cittadinanza, che hanno chiamato alle urne gli italiani l’8 e il 9 giugno, hanno registrato un’affluenza del 30,6%, confermando una tendenza ormai consolidata: l’astensionismo, che alcuni definiscono "ignavia democratica", è spesso il sintomo di una disaffezione verso consultazioni percepite come distanti dalla vita quotidiana. A Bergamo, dove la partecipazione in città ha sfiorato il 36,7% — contro il 28,88% della provincia — il dato migliore si è avuto a Oltressenda Alta, che con il 47% si è avvicinata più di altri al quorum. Ma sono solo 28 i comuni in tutta Italia dove il 50% è stato superato, un mosaico di piccole realtà sparse da nord a sud.
Il Jobs Act, bersaglio di quattro dei cinque referendum, esce indenne dalla prova, lasciando intatte le norme sui licenziamenti. Il centrodestra ha rivendicato il risultato come una sconfitta per l’opposizione, mentre Elly Schlein ha parlato di "14 milioni di voti" ottenuti nonostante quello che definisce un "boicottaggio" governativo. Ma al di là delle polemiche, ciò che emerge è una domanda più ampia: ha senso sottoporre agli elettori quesiti tecnici, che richiedono competenze specifiche per essere compresi a fondo? La democrazia diretta, per funzionare, dovrebbe misurarsi con temi di interesse generale, capaci di mobilitare il dibattito pubblico senza trasformare il voto in un esercizio per addetti ai lavori.




