Forza Italia, il cambio ai vertici del Senato: Gasparri lascia, arriva Craxi con il sostegno di Marina Berlusconi

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La scossa tellurica che ha fatto tremare i palazzi della politica dopo la débâcle referendaria del 22 e 23 marzo non ha risparmiato Forza Italia, dove il terremoto delle urne ha trovato il suo epicentro proprio nella composizione degli equilibri interni. Nel pomeriggio di giovedì, il senatore Maurizio Gasparri ha formalizzato le sue dimissioni da capogruppo a Palazzo Madama, un gesto che, sebbene presentato dall’interessato come una scelta autonoma legata al “senso del dovere” in momenti complessi, affonda le radici in una crisi di fiducia manifestatasi in modo inequivocabile. A spingere verso l’esito di questa partita, giocata tra le pieghe del partito fondato da Silvio Berlusconi, è stata una lettera sottoscritta da quattordici dei venti senatori azzurri; un documento che, tra i firmatari, annovera due ministri di peso come Elisabetta Alberti Casellati e Paolo Zangrillo, i quali chiedevano esplicitamente la sostituzione del capogruppo nell’interesse della coesione del partito.

Il nuovo assetto, ratificato dal segretario nazionale Antonio Tajani con un post sui social, vede l’ingresso di Stefania Craxi alla guida del gruppo. Una scelta che, lungi dall’essere un semplice rimpasto tecnico, porta con sé il peso specifico di una regia più alta, riconducibile alla famiglia fondatrice. Ambienti vicini a Marina Berlusconi, presidente di Fininvest, hanno confermato come la primogenita del Cavaliere nutra da tempo “grande stima” per la senatrice Craxi, figlia di Bettino, sostenendo da mesi l’esigenza di una “maggiore apertura” della classe dirigente del partito. Il cambio al Senato rappresenta, in tal senso, il primo atto concreto di questa nuova fase.

A orchestrare la raccolta delle firme che ha di fatto costretto Gasparri alla exit strategy è stato Claudio Lotito, senatore nonché presidente della Lazio, il quale ha raccolto le adesioni necessarie per scardinare la vecchia guardia. L’operazione è stata descritta dalle fonti parlamentari come un’iniziativa del gruppo, ma la regia di Marina Berlusconi emerge con chiarezza, tanto che il nome di Stefania Craxi era già stato oggetto di un incontro riservato a Milano nelle settimane antecedenti il voto. Per Gasparri, si vocifera, siano state concesse quarantotto ore per gestire l’uscita di scena, un lasso di tempo ristretto che testimonia la volontà di chiudere rapidamente una partita interna resa incandescente dalla sconfitta su una riforma che Forza Italia aveva fatto propria come eredità politica del suo fondatore.

Nonostante l’avvicendamento a Palazzo Madama appaia ormai definito, con il via libera di Tajani e l’insediamento della nuova capogruppo, il fronte della tensione non si è esaurito. La situazione rimane fluida anche alla Camera, dove il capogruppo Paolo Barelli, consuocero dello stesso Tajani, continua a essere oggetto di malumori crescenti. La pressione esercitata da Marina e Pier Silvio Berlusconi per un rinnovamento più ampio, che non si limiti al solo Senato, è destinata a mantenere alta la temperatura politica nel partito. Le dimissioni di Gasparri, accompagnate dalla sua dichiarazione secondo cui “chi ha un lungo percorso basato sulla solidità e non solo sull’incarico sa come gestire tempi e modalità”, non hanno comunque placato i fermenti, lasciando intendere come il ricambio alla guida dei gruppi parlamentari possa essere solo il primo capitolo di una revisione più ampia voluta da Arcore.

La fronda dei senatori e il peso della sconfitta referendaria

La defenestrazione di Maurizio Gasparri affonda le sue radici in una crisi di risultato. La netta sconfitta al referendum, che chiedeva agli italiani di pronunciarsi sulla riforma della giustizia, è stata letta dalle ali più influenti del partito come un verdetto senza appello. I numeri parlano chiaro: quattordici senatori su venti, un’ampia maggioranza del gruppo, hanno sottoscritto un documento che chiedeva il passo indietro del loro capogruppo, un atto di sfiducia interno che ha di fatto anticipato le dimissioni. Tra questi, la presenza dei ministri Alberti Casellati e Zangrillo ha rappresentato un segnale potente, dimostrando come la richiesta di ricambio attraversasse trasversalmente i vertici del governo e del partito.

Il malessere covava da tempo, ma è esploso dopo la tornata referendaria, durante la quale Forza Italia aveva messo in campo tutte le sue energie considerando quella battaglia come un lascito morale dell’eredità berlusconiana. L’insoddisfazione non si è limitata al solo Gasparri. Il clima nella segreteria e nei gruppi parlamentari è descritto come incandescente, con la famiglia Berlusconi che, attraverso i canali ufficiali di Fininvest, ha fatto filtrare la propria amarezza per l’esito del voto, interpretato come il segnale che fosse necessario un cambio di passo nella gestione politica. In questo contesto, l’ex ministro e storico dirigente ha rappresentato il primo obiettivo di una operazione di “rinnovamento” che, nelle intenzioni di chi l’ha promossa, dovrebbe estendersi anche ad altri settori del partito.

La nomina di Stefania Craxi e il valore politico del ricambio

Con le dimissioni ufficiali di Gasparri, l’attenzione si è spostata immediatamente sulla figura di Stefania Craxi, chiamata a raccogliere un’eredità complessa in un momento di forte transizione. Attuale presidente della Commissione Esteri e Difesa di Palazzo Madama, la senatrice rappresenta una figura di spicco che unisce una lunga esperienza parlamentare a un cognome di peso nella storia politica italiana. Il suo arrivo alla guida del gruppo è stato accolto dal segretario Tajani con un messaggio di augurio pubblico, un gesto di normalizzazione istituzionale che però non cancella le tensioni sotterranee.

Dietro la sua investitura, oltre alla chiara volontà espressa da Marina Berlusconi, c’è anche la volontà di ridisegnare gli assetti interni ridimensionando il peso di alcuni esponenti ritenuti troppo vicini al segretario Tajani, tra i quali veniva annoverato proprio Gasparri. L’operazione è stata gestita con rapidità: il nome di Craxi era già circolato nei corridoi del Senato nelle ore precedenti le dimissioni, e la riunione del gruppo indetta per il pomeriggio di giovedì ha servito a ufficializzare un passaggio già ampiamente negoziato. Per Gasparri, invece, le fonti parlano di un ruolo alternativo, forse alla guida della Commissione Esteri lasciata libera proprio dalla neo capogruppo, a dimostrazione che l’addio al ruolo di vertice del gruppo non corrisponde a un allontanamento definitivo dalla scena politica.

Le reazioni interne e le crepe nel gruppo dirigente

Il cambio ai vertici del gruppo, sebbene formalmente concluso con le dimissioni di Gasparri e l’insediamento di Craxi, ha lasciato strascichi evidenti nel tessuto del partito. La lettera firmata dai quattordici senatori è stata interpretata non solo come un atto di sfiducia verso il capogruppo uscente, ma anche come un avvertimento preciso per l’intera compagine dirigente. Tajani, nel prendere atto della nuova situazione, ha cercato di mediare ringraziando pubblicamente Gasparri per la “dedizione e lealtà” dimostrata, ma il suo ruolo di segretario esce ridimensionato da una scossa che porta la chiara firma della famiglia Berlusconi.

La tensione, del resto, era palpabile già nei giorni precedenti, quando Gasparri aveva risposto con un secco “non ho nulla da dichiarare” alle domande dei cronisti, segno di una consapevolezza ormai matura riguardo al proprio destino. Il fatto che l’iniziativa per la raccolta delle firme sia partita da Claudio Lotito, figura che mantiene un forte legame con il territorio e con gli equilibri economici legati al mondo dello sport, ha ulteriormente complicato il quadro, dimostrando come il fronte del malcontento si sia aggregato attorno a personalità autonome rispetto al solo apparato parlamentare. In questo scenario, l’attenzione ora si sposta alla Camera, dove il capogruppo Paolo Barelli appare sempre più isolato e il rischio di una replica del copione di Palazzo Madama rimane concreto, in attesa che la volontà di “apertura” auspicata da Marina Berlusconi trovi piena attuazione anche nell’altro ramo del Parlamento.

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