La madre di Zoe: «Mi torturo per non averle detto di tornare a casa. Ma perché? Era serena»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il rimorso è un peso che si aggiunge al dolore, una zavorra che non alleggerisce il lutto ma lo rende ancora più insopportabile, e Mariangela Auddino, la madre di Zoe Trinchero, lo sta sperimentando sulla propria pelle, notte dopo notte. La diciassettenne uccisa a Nizza Monferrato nella notte tra il 6 e il 7 febbraio, per il cui omicidio è stato arrestato il diciannovenne Alex Manna, non tornerà più a casa, e quel pensiero, fisso e ossessivo, si intreccia ora con l'ultima telefonata che le hanno fatto, con quelle parole che avrebbe potuto pronunciare e che invece, per un tragico concatenarsi di circostanze normali, sono rimaste inespresse. «Mi sto torturando per non averle detto "vieni subito a casa", quando l'ho sentita quella sera», confida la donna in un audio diffuso attraverso il legale di famiglia, Fabrizio Ventimiglia, un messaggio vocale intriso di un'angoscia che cerca disperatamente una spiegazione, pur sapendo, forse, che non può trovarla -3-7.

La domanda che si pone, però, è la stessa che qualsiasi genitore potrebbe rivolgersi, e la risposta è in fondo così semplice da risultare straziante. «Ma perché avrei dovuto dirle di tornare?», si chiede retoricamente Mariangela, ripercorrendo la serata del 6 febbraio, quando Zoe, dopo aver terminato il turno di lavoro al bar, era uscita con i suoi amici, serena, spensierata, come tante altre volte -5-6. La madre le aveva insegnato il valore della libertà, il coraggio di dire no, l'importanza di ascoltare e di parlare, e rivede in quella ragazza che affrontava la vita con maturità proprio il frutto di quegli insegnamenti, un «peperino» - come lei stessa la definisce - che però sapeva anche essere dolce e generosa -7. «Era bello vederla così», aggiunge, e in quella frase c'è tutta la normalità di una serata che non avrebbe dovuto nascondere alcun pericolo, l'assenza di qualsiasi segnale che potesse giustificare un allarme, un richiamo, un ordine di rientrare che oggi, col senno del poi, suona come l'unica opzione possibile, anche se allora sarebbe apparsa irragionevole -6.

Zoe, racconta ancora la madre, odiava la violenza, e proprio per questo sapeva parlare e sapeva ascoltare, qualità che Mariangela le aveva trasmesso con pazienza, insegnandole a difendersi dai bulli e a sostenere i più deboli -6-7. Ecco allora che il tormento si fa ancora più sottile e insidioso: «Mi sto continuando a chiedere se sarebbe stato meglio insegnarle a non ascoltare, a non dar retta a chi le chiedeva un chiarimento maturo», dice, riferendosi all'appuntamento che Zoe aveva accettato di concedere ad Alex Manna quella stessa sera -7. Perché se la maturità è una strada a doppio senso, come lei stessa osserva, quella ragazza di diciassette anni l'aveva percorsa fino in fondo, dimostrando una capacità di dialogo e di confronto che purtroppo non è stata corrisposta; l'ha pagata con la vita, gettata poi nel rio Nizza, e la madre oggi si chiede se quel modello educativo, basato sull'ascolto e sulla fiducia nel prossimo, non l'abbia in qualche modo esposta a un pericolo che nessuno, e tantomeno una madre, poteva prevedere -2-6.

I progetti per il futuro, la patente, la macchina, il sogno di fare la psicologa

Nell'audio, Mariangela rievoca anche i sogni che condivideva con la figlia, progetti semplici ma pieni di speranza che ora giacciono infranti insieme al della ragazza. Voleva fare la psicologa, Zoe, perché desiderava aiutare veramente le persone, e insieme avevano già cominciato a pianificare il futuro, a mettere da parte i soldi per la patente e per l'auto, una macchina che avevano già scelto, immaginandola come il simbolo di un'indipendenza che stava per arrivare -3-7. «Non siamo gente ricca», precisa la madre, spiegando come ogni sacrificio mensile fosse finalizzato a quegli obiettivi, che ormai erano anche i suoi -7. E in quel quadro di ordinaria quotidianità si inserisce un aneddoto che vale più di mille parole: pochi giorni prima della tragedia, in casa era arrivata una cartella esattoriale, una di quelle «cartelle verdi che tutti conosciamo molto bene», e Zoe, con la generosità che la contraddistingueva, aveva rassicurato la madre dicendole: «Mamma, stai tranquilla, ora che lavoro ci penso io ad aiutarti a pagare tutto» -7.

Il peso della verità e l'appello contro la violenza

Quel gesto di responsabilità, quella voglia di contribuire, rendono ancora più amara la consapevolezza di una vita spezzata, una vita che la madre descrive nell'essenza stessa del nome di sua figlia: «Zoe significa vita» -10. E alla vita, al diritto di dire no, al diritto di esistere senza essere sottoposte alla violenza di chi non sa accettare un rifiuto, Mariangela Auddino intende dedicare la propria battaglia futura, una lotta contro il femminicidio che vuole portare avanti insieme alle altre migliaia di genitori che piangono le loro figlie -3-10. «Non voglio trovare altri colpevoli, se non l'unico che ha deciso di strapparla a me, alla sua famiglia, agli amici», afferma con fermezza, guardando dritto verso il processo e la richiesta di giustizia, senza cercare capri espiatori ma pretendendo che le istituzioni facciano la loro parte -6-7.

L'addio e la promessa di restare viva per lei

«Non esiste perdono, almeno io ora non lo concepisco», dice ancora Mariangela, le parole che escono come pietre da una bocca che fatica a pronunciarle, mentre il pensiero corre al funerale che si terrà sabato 15 febbraio, aperto a tutti «come lei avrebbe voluto» -7-10. E in attesa di quel momento, mentre il rosario di questa sera nella chiesa di Sant'Ippolito raccoglierà il dolore di un'intera comunità, la madre di Zoe confessa l'unica, disperata necessità che ha in questi giorni: rimanere viva, aprire gli occhi al mattino e trovare la forza di affrontare un'altra giornata, aggrappandosi all'obiettivo di far sì che la morte di sua figlia non sia stata vana, che il suo nome diventi un monito e un simbolo per tutte le ragazze che hanno il diritto di tornare a casa la sera -7-10.

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