“Zoe uccisa perché sapeva dire di no”, lo sfogo della madre: il rimorso e il monito contro la violenza

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Ha la voce rotta dal pianto, ma ferma, Mariangela Auddino, quando decide di affidare a un audio, diffuso attraverso il legale di famiglia Fabrizio Ventimiglia, il ritratto di sua figlia Zoe. La diciassettenne uccisa a Nizza Monferrato, nella notte tra il 6 e il 7 febbraio, e il cui Corpo è stato ritrovato nel greto del rio Nizza, viene descritta dalla madre come una ragazza che “odiava la violenza”, ma che allo stesso tempo “sapeva parlare e sapeva ascoltare”. È proprio questa sua capacità di ascolto, unita alla maturità con cui affrontava le relazioni, che la sera del delitto l’ha portata ad allontanarsi con Alex Manna, il ventenne reo confesso, per un chiarimento richiesto da lui. Una disponibilità al dialogo che, nel racconto della madre, si trasforma in una delle tante spine nel fianco del suo dolore: «Mi sto torturando per non averle detto di tornare subito a casa, quando l’ho sentita quella sera», confessa la donna, riferendosi all’ultima telefonata con la figlia, avvenuta subito dopo il turno di lavoro al bar. Ma, si chiede retoricamente, «perché avrei dovuto dirle di tornare a casa? Era serena con i suoi amici, era bello vederla così». Una serenità, quella di Zoe, che lavorava con un contratto a tempo determinato e sognava di diventare psicologa per aiutare gli altri, che è stata spezzata dalla furia omicida del giovane.

Il valore del “no” e la richiesta di giustizia

Nel messaggio vocale, Mariangela Auddino non si limita a esprimere il proprio tormento interiore, ma sottolinea con forza i principi che aveva cercato di trasmettere alla figlia. Le aveva insegnato, dice, «il valore del dire no se non voleva fare qualcosa», un principio che Zoe aveva fatto proprio e che, secondo la madre, potrebbe essere stato il movente dell’omicidio: una cultura del possesso che non tollera un rifiuto. «Le ho insegnato a difendersi se incontrava un bullo, a sostenere i più deboli», prosegue la madre, evidenziando lo stridente contrasto tra l’educazione ricevuta e la brutalità dell’aggressione subita. Per questo, la donna chiede che la memoria della figlia diventi un simbolo nella lotta contro il femminicidio, un termine che usa senza esitazione per definire quanto accaduto. La sua non è solo la richiesta di verità giudiziaria per l’omicidio, per il quale Alex Manna è in carcere con l’accusa di omicidio aggravato dai futili motivi, ma un appello alla mobilitazione collettiva: «Nessun uomo deve alzare più un dito su una donna – dichiara – e siamo noi genitori i primi a doverlo insegnare ai figli».

La dinamica dell’omicidio e le omissioni del killer

Mentre la famiglia di Zoe cerca risposte e tenta di dare un senso a una perdita immensa, le indagini procedono per ricostruire gli ultimi istanti di vita della ragazza. Alex Manna, dopo due ore di interrogatorio con il pm Giacomo Ferrando, ha confessato di aver colpito Zoe con uno o due pugni – lui che aveva praticato boxe – al culmine di una lite nata, a suo dire, dal riemergere di una vecchia storia finita male per un suo tradimento. Una versione, quella del giovane, che appare sin da subito minimizzante e costellata di incongruenze. Ha dichiarato di «non aver provato a baciarla» e di aver «lasciato cadere» la ragazza nel vuoto, da un’altezza di circa quattro metri, piuttosto che di averla gettata deliberatamente. Una ricostruzione smentita, però, dai risultati dell’autopsia eseguita dall’anatomopatologa Alessandra Cicchini: Zoe era ancora viva quando è finita nel rio Nizza, e la morte è sopraggiunta proprio per la caduta, aggravando in modo decisivo la posizione del ventenne e facendo cadere l’ipotesi, ventilata dalla difesa, di un omicidio preterintenzionale. A tradire Manna, oltre alle ferite sulle mani, è stato il suo giubbotto, sporco di sangue e nascosto nella soffitta della casa della sua compagna, e il tentativo di depistare le indagini accusando un uomo di origine nordafricana, Naudy Carbone, un musicista che vive in paese da bambino e che ha rischiato un vero e proprio raid punitivo da parte di una quarantina di persone.

I progetti di un futuro spezzato

A emergere con forza dalle parole della madre, affidate all’avvocato Ventimiglia e riprese da diversi organi di stampa, è il ritratto di una ragazza piena di vita e di progetti. Zoe, ci racconta Mariangela, sognava di iscriversi all’università per diventare psicologa, «perché voleva aiutare veramente le persone». Insieme, madre e figlia, avevano iniziato a programmare il futuro: la patente, l’acquisto della prima auto per cui avrebbero accantonato qualcosa ogni mese, «perché non siamo gente ricca», precisa la donna. Obiettivi semplici, condivisi, che rappresentavano il loro cammino comune. «I suoi obiettivi erano anche i miei», sussurra la madre, lasciando trasparire il legame profondissimo che le univa. Un legame basato sulla fiducia, tanto che la sera del femminicidio, quando Zoe le telefonò dopo il lavoro, Mariangela non ebbe alcun motivo di preoccupazione: «Mi fidavo di lei, non faceva mai tardi, mi avvisava se si muovevano in macchina, mi diceva ogni spostamento. Io so bene chi è mia figlia». Una consapevolezza che oggi, di fronte all’insensatezza di quel gesto, si scontra con un dolore che non trova spiegazione, e con la tortura di un “se” che non le darà pace: quello di non averle chiesto di fare ritorno a casa.

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