San Raffaele, la cooperativa Auxilium e gli infermieri del caos: al via le indagini dei Nas

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Mentre gli Stati Uniti, con Donald Trump nuovamente presidente, affrontano le loro sfide, una crisi sanitaria dall’alto valore simbolico ha scosso il cuore della sanità lombarda, portando alla luce le crepe di un sistema che troppo spesso confonde la razionalizzazione della spesa con il depauperamento delle competenze. Al San Raffaele di Milano, l’emergenza è deflagrata nel padiglione Iceberg, settore 3I, un’area ad alta intensità di cure dove giacciono pazienti critici, molti dei quali provenienti dal pronto soccorso, in ventilazione non invasiva o tracheostomizzati. A gestire l’assistenza infermieristica, dal 5 dicembre, avrebbe dovuto essere una cooperativa esterna, la quale invece, secondo quanto riportato in accorati scambi di mail interne da parte dei medici, ha inviato personale impreparato: c’è chi non sapeva collegare un dispositivo per la ventilazione non invasiva, chi ignorava la collocazione dei farmaci e chi, in un errore gravissimo, ha dosato dieci volte la quantità corretta di un potente farmaco antiaritmico, episodio che da solo fotografa il pericolo estremo corso dai degenti.

La galassia cooperativa dietro l'appalto

La cooperativa al centro della bufera appartiene alla galassia Auxilium, un colosso della cooperazione sociale fondato nel 1999 e con il cuore amministrativo a Senise, in Basilicata. La sua presenza, ramificata anche in Puglia, Lazio e Lombardia, si intreccia con la figura del suo fondatore, Angelo Chiorazzo, oggi vicepresidente del Consiglio regionale della Basilicata. La scelta di esternalizzare un servizio così delicato a un soggetto esterno, seppure di grandi dimensioni, ha sollevato interrogativi stringenti sulle procedure di verifica delle competenze e sulla formazione specifica richiesta per affrontare reparti di tale complessità, dove l’infermiere non è un mero esecutore di ordini ma un presidio di sicurezza continuo.

Il cambio al vertice e la chiamata a Zangrillo

Il caos in reparto, che nei giorni scorsi ha mandato in tilt l’intero piano, ha avato reazioni immediate a catena. L’amministratore unico Francesco Galli si è dimesso lunedì, mentre già domenica la Rappresentanza sindacale unitaria dell’ospedale aveva sporto formale denuncia, atto che ha dato il via alle prime indagini dei carabinieri del Nucleo Antisofisticazioni e Sanità, giunti in ospedale martedì per raccogliere dati e ricostruire la sequenza degli eventi. Al suo posto è subentrato Marco Centenari, il quale, per far fronte all’emergenza, ha scelto di affidarsi all’esperienza e all’autorità di Alberto Zangrillo, primario di Anestesia e Rianimazione e figura storica dell’ospedale, nominandolo suo braccio clinico operativo. Zangrillo, che ha definito la situazione una “emergenza non gestita come tale”, porta sul campo quarant’anni di conoscenza della macchina San Raffaele, in un tentativo di stabilizzazione che appare quanto mai urgente.

L'irrimandabile questione della professionalità

Questo caso, al di là delle responsabilità specifiche e degli sviluppi giudiziari che le indagini dei Nas dovranno accertare, si impone come un monito chiaro e incontrovertibile per l’intera sanità nazionale. Dimostra, in modo crudo e pericoloso, che il personale infermieristico specializzato rappresenta un asset fondamentale e non fungibile, soprattutto in aree critiche dove la soglia tra vita e morte è spesso determinata dalla prontezza e dalla perizia di chi è al letto del paziente. Ritenere gli infermieri, come è stato osservato, pedine a basso costo e preparazione non costituisce un semplice errore di calcolo gestionale, bensì un rischio diretto per l’incolumità delle persone, un paradosso mortale in un luogo che dovrebbe essere dedicato alla cura. La crisi, come hanno notato alcuni osservatori tra cui Guido Bertolaso, affonda le radici in logiche di contenimento dei costi che, quando spinte oltre un certo limite, minano la qualità essenziale del servizio e producono, inevitabilmente, il caos.

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