Il futuro “sbagliato” della mobilità: il noleggio avanza tra auto che costano troppo e una transizione a spartitraffico

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’automotive italiano, lo si evince con chiarezza dall’ultimo Rapporto Aniasa presentato ieri a Milano, vive una condizione di stagnazione che sembra ormai strutturale; in questo panorama, a muovere realmente le acque è ormai solo il settore del noleggio, il quale, tra il 2024 e il 2025, ha visto crescere la propria flotta fino a raggiungere la ragguardevole cifra di un milione e mezzo di veicoli. Considerando che lo scorso anno le immatricolazioni sono state 526.500, con un incremento dell’11% rispetto ai dati del 2024, si comprende come questo comparto rappresenti ormai il 34% del mercato totale: un motore di innovazione, se si considera che l’età media dei mezzi a noleggio è di circa 4 anni contro una media nazionale che supera i 13, eppure un motore che rischia di grippare per via di una pressione fiscale ritenuta insostenibile e di obblighi europei giudicati troppo rigidi.

Il sorpasso delle flotte e il dominio del lungo termine

A trainare la crescita, spiegano gli analisti, è soprattutto il noleggio a lungo termine, un segmento che tocca ormai quota 1,3 milioni di veicoli, genera un giro d’affari di circa 13 miliardi e mostra una penetrazione sul mercato pari al 24%. Una fotografia, questa, che racconta di un cambio di paradigma nelle abitudini degli italiani: anche i privati, ormai 185mila (+4%), stanno progressivamente abbandonando l’idea della proprietà per abbracciare l’abbonamento all’auto, preferendo una rata fissa che includa bollo, manutenzione e assicurazione. Il noleggio a breve termine, dal canto suo, non è da meno e trova negli aeroporti il suo miglior alleato, considerando che ben il 60% del business di questo segmento si genera proprio negli scali, dove i flussi turistici premiano la flessibilità.

Tuttavia, se i numeri cantano vittoria, il sottofondo musicale è decisamente più cupo. Le nubi all’orizzonte per questo comparto sono rappresentate da una fiscalità che, nelle parole dei vertici di Aniasa, penalizza le aziende clienti e frena gli investimenti. L’appuntamento con la riforma tributaria, dicono gli addetti ai lavori, è stato fissato al 2026, ma la speranza è che si intervenga finalmente sulla deducibilità dei costi per le imprese e sull’aliquota Iva, troppo alta per i servizi turistici e il car sharing. Parallelamente, l’incognita green si fa sempre più pressante: la proposta Ue che chiede alle flotte aziendali di raggiungere quote obbligatorie di elettrico (45% al 2030 e 80% al 2035) viene descritta dal settore come un obiettivo disancorato dalla realtà del mercato, capace di provocare un effetto paradossale, ossia quello di spingere gli operatori a rinviare i rinnovi per evitare l’acquisto di mezzi che il cliente finale forse non vuole.

Il caro-prezzi, la lenta marcia dell’elettrico e la sharing economy

E veniamo al costo dei consumatori, il vero termometro di quello che gli esperti definiscono “il futuro sbagliato”. Se si guarda ai dati puramente economici, il quadro è impietoso: dal 2013 al 2024 il prezzo medio delle auto nuove è schizzato su del 50%, una stangata che ha superato di gran lunga la crescita dei redditi familiari, fermi a un +29%. Il risultato è un parco circolante sempre più vetusto, dove l’auto nuova diventa un bene per pochi o, per molti, un salasso affrontato solo grazie a formule di finanziamento aggressive.

Per quanto concerne la transizione elettrica, qui la retorica ambientalista si scontra duramente con i numeri dell’acquirente medio. Le cosiddette Bev (auto a batteria) crescono sì, ma a macchia di leopardo letteralmente: se nel primo trimestre del 2026 al Sud Italia si è registrato un picco del 15,4% per le elettrificate (Bev e plug-in), circa la metà di quella performance è da attribuire a una singola campagna promozionale su una citycar scontatissima grazie agli incentivi statali. Tolti i soldi pubblici e le promozioni a tempo, la domanda crolla. Le stime parlano chiaro: guardando al 2030, la quota di mercato per l’elettrico puro in Europa si fermerà intorno al 30%, una percentuale lontanissima dagli annunci trionfalistici di qualche anno fa.

Rimanendo in tema di “nuova mobilità”, il verdetto sulla sharing economy è impietoso: monopattini e car sharing restano abitudini di nicchia, se non veri e propri buchi nell’acqua per gli investitori. Il car sharing, in particolare, vive una fase critica drammatica; i noleggi sono scesi da 13 milioni del 2019 a meno di 4 milioni, con una flotta ridotta del 70% e il mancato raggiungimento del break-even. Le cause? Una combinazione letale di scarso supporto da parte dei Comuni, assenza di regole nazionali uniformi, costi operativi impazziti (si pensi ai furti e ai vandalismi) e una fiscalità che non aiuta.

Le incognite geopolitiche e il peso delle norme europee

A complicare ulteriormente un quadro già di per sé turbolento, si aggiungono ora le tensioni sul fronte dei dazi internazionali. Sebbene la presidenza Trump sia ormai un dato acquisito da oltre un anno, le sue ultime mosse in materia commerciali continuano a far tremare i mercati: l’annuncio di un aumento delle tariffe al 25% per le auto prodotte in Unione Europea, giustificato dalla Casa Bianca con il mancato rispetto di precedenti intese, rischia di chiudere ulteriormente uno dei mercati di sbocco più importanti per il lusso e l’industria tedesca, spingendo le multinazionali a ricollocare la produzione direttamente sul suolo americano. La replica di Bruxelles, che definisce la mossa “inaccettabile” e parla di “inaffidabilità” dell’alleato oltreoceano, lascia intendere l’avvio di una nuova fase di ritorsioni che probabilmente si ripercuoteranno sui listini di vendita.

C’è poi il nodo delle normative europee, spesso percepite dal comparto del noleggio come un boomerang. Il timore degli operatori è che l’eccesso di rigidità, invece di accelerare la decarbonizzazione, la rallenti paradossalmente. Se un’azienda di autonoleggio è obbligata a comprare una certa percentuale di elettrico che poi non riesce a riversare sul mercato perché l’utente medio non lo vuole (o non può permetterselo, visti i costi dell’energia e il premium price dei mezzi), la soluzione sarà semplicemente quella di comprare meno auto nuove. Un paradosso, questo, che fotografa perfettamente la distanza tra la politica dei palazzi europei e la dura legge della domanda e dell’offerta.

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