L’escalation in Iran e l’effetto domino sui bilanci di imprese e famiglie italiane
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Redazione Economia
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A quindici giorni dall’inizio dell’offensiva militare in Iran, l’onda d’urto economica sta investendo con violenza il sistema produttivo italiano, e le ripercussioni, come era prevedibile, non risparmiano certo territori solidi come l’Alto Adige né, più in generale, il tessuto connettivo delle piccole e medie imprese del Nordest. I primi a lanciare l’allarme sono state le associazioni di categoria, con la Cna che ha realizzato un monitoraggio approfondito su un campione rappresentativo di aziende, rilevando incrementi dei costi che in alcuni casi raggiungono e superano il sessanta per cento. È l’energia elettrica, in particolare, a guidare questa classifica poco invidiabile dei rincari, con un balzo del prezzo all’ingrosso che ha toccato quota 143 euro a megawattora, una cifra che colloca l’Italia in una posizione di drammatico svantaggio competitivo rispetto a partner europei come Francia e Spagna, dove l’elettricità costa meno della metà.
Le conseguenze di questi aumenti, però, non si fermano alla voce energia, ma si propagano a cascata lungo l’intera filiera produttiva. Materie prime come il rame, essenziale per l’impiantistica e la componentistica, hanno fatto registrare un’impennata vicina al quaranta per cento, mentre ferro, alluminio e i derivati del bitume – si pensi al conglomerato bituminoso utilizzato nell’edilizia – segnano rincari medi del venti per cento, con punte del trenta per cento per alcune tipologie di plastiche impiegate nel settore della meccanica. A questo quadro, già di per sé complesso, si aggiungono le tensioni sugli approvvigionamenti: molti fornitori, come denunciano gli imprenditori, accettano ordini con la riserva di aggiornare i listini al momento della consegna, e i costi di spedizione per un container standard sono lievitati fino a tremila euro in più, una voce che mette in ginocchio le aziende che esportano.
I numeri del caro-bollette e l’impatto sui territori
Se si allarga lo sguardo dal locale al nazionale, le stime elaborate dall’ufficio studi della Cgia di Mestre delineano uno scenario che gli analisti definiscono di “forte preoccupazione”, pur evitando per ora paragoni azzardati con la crisi energetica seguita all’invasione russa dell’Ucraina. Il conflitto in Iran, infatti, ha innescato una reazione quasi immediata sui mercati dei combustibili fossili: il prezzo del petrolio è schizzato del 45,8 per cento e quello del gas del 62 per cento, incrementi che, secondo gli esperti, sono stati perfino superiori a quelli registrati nelle prime due settimane della guerra in Ucraina. La conseguenza diretta di questa impennata è un aggravio complessivo per le imprese italiane che, per il solo 2026, potrebbe attestarsi intorno ai dieci miliardi di euro, di cui 7,2 miliardi per la maggiore spesa elettrica e 2,6 miliardi per il gas.
A pagare il conto più salato, in termini assoluti, saranno le regioni a più alta densità produttiva: la Lombardia, con un potenziale aumento dei costi energetici vicino ai 2,3 miliardi di euro, seguita dall’Emilia Romagna e dal Veneto, dove il caro-bollette potrebbe tradursi in un esborso aggiuntivo superiore al miliardo di euro ciascuna. Queste stime, elaborate dalla Cgia, si basano su ipotesi prudenziali che vedono un prezzo medio dell’energia a 150 euro per megawattora, ma il dato allarmante, per gli artigiani e i piccoli industriali, non è tanto la previsione statistica quanto la concretezza delle difficoltà quotidiane: molte imprese, specialmente nei settori della ceramica, della lavorazione dei metalli e del tessile, iniziano a segnalare non solo rincari ma anche una preoccupante variabilità dei listini, che in alcuni casi perdono validità dopo sole ventiquattr’ore.
L’allarme degli operatori energetici e il confronto con il passato
La tensione, inevitabilmente, si riflette anche sulle bollette che famiglie e imprese riceveranno nelle prossime settimane. Operatori del settore, come la Sgr di Rimini, confermano che l’aumento per l’utenza domestica sarà tangibile: la luce, ad aprile, potrebbe costare il quattordici per cento in più rispetto al mese precedente, mentre per il gas si parla di un rincaro del venticinque per cento. A Ferrara, l’ufficio studi della Cgia ha calcolato che l’aggravio complessivo per i cittadini della provincia potrebbe raggiungere i 57,2 milioni di euro, un segnale, quest’ultimo, di come le tensioni geopolitiche in Medio Oriente non siano un fatto lontano e astratto, ma una variabile che incide concretamente sui bilanci domestici, sulle piccole attività commerciali e sulla tenuta sociale del Paese.
Va detto, per onestà di cronaca, che gli stessi analisti invitano a non cadere in facili allarmismi, sottolineando la differenza sostanziale con la crisi del 2022: allora, a quindici giorni dall’inizio del conflitto in Ucraina, materie prime come il nickel avevano visto aumenti del 93%, e i cereali erano balzati di oltre il trenta per cento, mentre oggi, al netto di energia e carburanti, molti comparti merceologici mostrano una tenuta sorprendente, con il rame e lo zinco addirittura in leggero calo sulle piazze internazionali. Ma questa parziale stabilità, per le imprese italiane, non basta a dissipare la nebbia dell’incertezza: ciò che spaventa, come spiegano i rappresentanti della Cna, non è solo il livello attuale dei prezzi, ma la loro imprevedibilità e la difficoltà di programmare investimenti in un contesto in cui le quotazioni dei materiali valgono per un giorno e quelle dei noli marittimi lievitano di ora in ora.
Trasporti e logistica nel mirino dei rincari
Il settore dei trasporti, in particolare, sta vivendo una fase di fortissima tensione. L’aumento del prezzo del gasolio, che ha toccato punte del diciotto per cento, si traduce in un costo aggiuntivo immediato per gli autotrasportatori: un tir che percorre una tratta di tremila chilometri, secondo simulazioni recenti, si trova a dover sostenere una spesa per il carburante superiore di quasi duecento euro rispetto a prima dell’inizio del conflitto. Un rincaro, questo, che inevitabilmente viene ribaltato a valle, incidendo sul prezzo finale di qualsiasi merce trasportata su gomma, dagli alimentari ai semilavorati industriali.
Parallelamente, il comparto delle assicurazioni ha rivisto al rialzo le coperture per le merci in transito, specialmente quelle che attraversano aree geografiche vicine alla zona del conflitto, con incrementi che in alcuni casi sfiorano il venti per cento. È un effetto domino, quello innescato dalla guerra, che mette in luce tutta la fragilità di un sistema economico fortemente dipendente dalle importazioni di energia e dalle catene globali del valore. Le piccole e medie imprese, quelle che non hanno la forza contrattuale per stipulare contratti di fornitura a lungo termine o per accedere direttamente ai mercati all’ingrosso, sono le prime a subire lo shock, e la loro reazione, tra rallentamenti della produzione e difficoltà a onorare commesse già acquisite, rischia di tradursi in un freno per l’intera economia nazionale.




