Guerra in Iran, l’effetto domino sui costi preoccupa le imprese italiane tra blocco navale e stangata energetica
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Redazione Economia
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Il quinto giorno di ostilità, aperto dall’offensiva congiunta di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, non sta producendo soltanto una scia drammatica di vittime sul piano umanitario, ma ha già innestato un meccanismo di tensione sui mercati energetici e sulle catene logistiche globali che rischia di travolgere il tessuto produttivo italiano. L’allarme, concreto e motivato dalla riapertura di uno scenario di guerra in una regione nevralgica per gli approvvigionamenti, è stato lanciato nelle ultime ore da più voci del mondo imprenditoriale e cooperativo, le quali vedono materializzarsi lo spettro di un aumento incontrollato dei costi di produzione e di una parallela contrazione degli scambi commerciali con l’Oriente. Tra i primi a esprimere preoccupazione è stato Marco Brandani, amministratore delegato di Maina, storica industria alimentare di Fossano, il quale ha sottolineato come le possibili ripercussioni del conflitto sull’approvvigionamento di energia, petrolio e gas possano generare effetti a cascata difficilmente arginabili sulla logistica e, di riflesso, sull’intera filiera produttiva.
A rendere il quadro particolarmente critico è la situazione nello stretto di Hormuz, il corridoio marittimo che collega il Golfo Persico con l’Oceano Indiano e attraverso il quale transita circa il 20% del petrolio mondiale e un quinto del gas naturale liquefatto. Il blocco di fatto di quella rotta, o anche solo la sua prolungata inagibilità a causa delle operazioni militari e delle mine, sta già facendo schizzare verso l’alto le quotazioni delle materie prime, con il prezzo del gas che ha raggiunto i massimi dall’agosto del 2022 sfondando la soglia dei 60 euro al megawattora e il petrolio che ha subito un’impennata repentina. Le conseguenze, come spiegano gli analisti di Facile.it, si tradurranno in una stangata per le famiglie e le imprese: si stimano rincari annui che potrebbero oscillare tra i 614 e gli 818 euro a nucleo, considerando l’aumento dei carburanti, delle bollette di luce e gas e, a valle, dei prezzi sui beni di consumo.
Sul fronte specificamente industriale e agricolo, l’allarme si fa ancora più pressante. Cristian Maretti, presidente di Legacoop Agroalimentare, ha fotografato una situazione di fragilità estrema per le filiere nazionali, già messe a dura prova da anni di turbolenze geopolitiche. Il problema, spiega Maretti, non è soltanto l’incremento dei costi energetici o di fattori produttivi come i concimi, ma il blocco logistico che sta impedendo a prodotti simbolo del made in Italy, come kiwi e mele, di raggiungere i mercati orientali. I container già imbarcati e in transito, infatti, subiscono ritardi insostenibili per merce deperibile, mentre i noli marittimi, ovvero i costi delle tratte, stanno registrando rincari che rendono antieconomiche intere partite di esportazione. Le rotte alternative, inevitabilmente più lunghe, comportano un aggravio di spesa che molti operatori non sono in grado di sostenere, con il rischio concreto di perdere quote di mercato faticosamente conquistate a favore di competitor geograficamente più vicini.




