«Nel tepore del ballo», il nuovo Avati tra ricordi che curano e tv del dolore

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Un viaggio struggente tra i ricordi che curano: con queste parole Pupi Avati ha presentato il suo ultimo lavoro, “Nel tepore del ballo”, in arrivo nelle sale il prossimo 30 aprile. La pellicola, già mostrata in anteprima al Bifest di Bari, segna il ritorno del regista emiliano – che da oltre mezzo secolo vive a Roma – dopo “L’orto americano” del 2024. Al centro della narrazione, la parabola di un uomo di provincia divenuto star televisiva, per poi precipitare in un dramma giudiziario e personale. La vicenda, che si svolge tra Roma e Jesolo – dove il protagonista viene mandato ai domiciliari – diventa così anche una fotografia crudele di quella che Avati stesso definisce la “tv del dolore” contemporanea.

Massimo Ghini nei panni di Gianni Riccio, conduttore travolto da uno scandalo finanziario

Il film racconta la storia di Gianni Riccio, celebre volto televisivo interpretato da Massimo Ghini, travolto all’apice della carriera da un’inchiesta per un illecito finanziario. Da lì la caduta, gli arresti domiciliari e un tentativo – rivelatosi presto fallace – di riconquistare il favore del pubblico. Per farlo, Riccio cerca la complicità fasulla dell’ex moglie, cui dà volto Isabella Ferrari, costretta a recitare una parte che non sente più propria. Avati, che non nasconde un certo disincanto verso il sistema mediatico, mette in scena un meccanismo perverso: quello di chi, pur di essere nuovamente amato, accetta di trasformare il dolore privato in spettacolo.

La voce inascoltata del cinema italiano e la frecciata a Guadagnino

Durante la presentazione romana, il regista – che prima di sfondare nel cinema ha venduto anche surgelati – ha lanciato una stoccata al proprio paese: «Il cinema italiano ha la mia voce inascoltata». E ha aggiunto, con il consueto piglio diretto, che «tanti soldi a Guadagnino non portano a casa niente». Un’uscita, quest’ultima, che va letta sullo sfondo di un sistema produttivo spesso accusato di premiare nomi già affermati altrove, senza però garantire risultati certo clamorosi al botteghino. Avati, dal canto suo, continua a rivendicare una coerenza artigianale, lontana dai riflettori eppure capace di raccontare l’Italia minore, quella dei saloni da ballo di provincia e delle esistenze segnate da fragilità inconfessabili.

Roma, il bacio di Berger e la memoria come salvezza

In un passaggio della conferenza, Avati ha ricordato il bacio che ricevette da Berger – «non l’ho mai ricevuto da nessuno» – e ha parlato di Roma non solo come sfondo, ma come luogo che accoglie e insieme mette alla prova. La Capitale, per il regista bolognese, ha rappresentato uno scarto decisivo: «Beh, fra Bologna e Roma, un mondo». Un distacco che lui e altri giovani tentarono di colmare «da ingenui bolognesi, cercando nei nostri modelli qualcosa che, in quegli anni, le arti – e inserirei anche il cinema – rendevano straordinario: qualcosa di unico e irripetibile». In “Nel tepore del ballo” quella memoria non è solo nostalgia, bensì un dispositivo terapeutico: il film, come ha ribadito più volte l’autore, parla di vulnerabilità e del tentativo – spesso sbagliato – di rimettersi in sella, anche quando il pubblico ti ha già voltato le spalle.

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