Chiavari dà l'addio a Sandro Giacobbe, la cattedrale gremita per il cantautore

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Una folla silenziosa e partecipe, nella quale si mescolavano volti noti e gente comune, ha riempito oggi pomeriggio la cattedrale di Nostra Signora dell’Orto a Chiavari per l’ultimo saluto a Sandro Giacobbe, il cantautore genovese scomparso all’età di 75 anni nella sua casa di Cogorno dopo una lunga malattia. Le esequie, celebrate da don Andrea Buffoli e da don Tommaso Mazza, hanno scandito un commiato denso di emozione, lontano dai riflettori della ribalta ma vicinissimo al sentimento di chi, per decenni, ne ha ascoltato le canzoni. Il dolore per la perdita si intrecciava inevitabilmente al ricordo di una esistenza segnata dalla prova, quella di un male diagnosticato dieci anni fa e affrontato con una riservatezza che, solo recentemente, l’artista aveva deciso di superare.

La malattia e il racconto pubblico del dolore

Proprio nel corso di un’apparizione televisiva, pochi mesi fa, Giacobbe aveva infatti scelto di parlare senza filtri della propria condizione, rivelando le conseguenze fisiche delle terapie. Aveva confessato di aver perso i capelli a causa della chemioterapia e di essere costretto a muoversi in carrozzina su indicazione dei medici, dettagli che rendevano tangibile una battaglia privata combattuta lontano dai palcoscenici. Un cammino difficile, il suo, iniziato nel 2015 con una diagnosi di cancro alla prostata e complicatosi successivamente con l’insorgere di un meningioma, a cui si era aggiunto, in passato, il gravissimo malore del figlio Andrea quando era ancora bambino.

Le parole commosse durante la cerimonia

Proprio il figlio Andrea è stato uno dei protagonisti della cerimonia, dando voce, insieme ad altri familiari e all’amico Brosio, a un ricordo intimo e struggente di un uomo che, nonostante tutto, ha lasciato un segno profondo nella vita di molti. Don Andrea Buffoli, rivolgendosi ai presenti, ha invitato tutti a raccogliersi in preghiera attorno alla moglie e ai figli, in un momento che superava la dimensione pubblica della celebrità per abbracciare quella universale del lutto. La cattedrale, nel suo gremire, restituiva l’immagine di un affetto autentico, di un legame che le note delle sue composizioni avevano tessuto nel tempo.

Un’eredità che va oltre la musica

Quello di oggi non è stato quindi soltanto il funerale di un artista, ma la commemorazione di una persona che ha affrontato con dignità e discrezione un calvario di salute, scegliendo infine di condividere pubblicamente la sua vulnerabilità. La sua scomparsa chiude un capitolo della musica leggera italiana, ma il silenzio rotto solo dal rito in chiesa e dai singhiozzi repressi parlava di qualcosa di più: della capacità di resistere, di un’umanità fragile e forte allo stesso tempo, che in molti hanno riconosciuto e amato. La malattia, che lo aveva portato a dichiarare di essersi “chiuso in casa per non farsi vedere”, non è riuscita a tener lontani coloro che oggi hanno voluto esserci, per quell’addio.

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