Brescia si salva dall’inflazione, ma Milano e Belluno pagano lo scotto delle Olimpiadi

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Economia Redazione Economia   -   L’ultima rilevazione dell’Istat, quella relativa al mese di febbraio, restituisce l’istantanea di un Paese in cui la corsa dei prezzi, sebbene in accelerazione rispetto a gennaio, non colpisce allo stesso modo tutti i territori. L’indice nazionale, attestatosi su un aumento congiunturale dello 0,7% e tendenziale dell’1,5%, traina con sé realtà metropolitane e capoluoghi di provincia in maniera profondamente eterogenea, e l’elaborazione effettuata dall’Unione Nazionale Consumatori – che ha incrociato i dati diffusi dall’istituto di statistica con le ricadute sul portafoglio delle famiglie – permette di comprendere l’entità del fenomeno città per città. In questo scenario, Brescia emerge come un’isola felice, o quasi: l’incremento registrato nella Leonessa è infatti contenuto in un +1,1%, un valore che la colloca lontano dai picchi di altre zone della Lombardia e del Nordest, dove i rincari, soprattutto in determinati comparti, hanno raggiunto percentuali ben più significative. La dinamica dei prezzi, del resto, continua a essere trainata dal settore dei servizi, con i capitoli di spesa legati a ristoranti e alloggi che segnano un +6,1% su base annua, seguiti a ruota dai servizi finanziari e assicurativi, dall’assistenza alla persona e, in misura minore ma pur sempre rilevante, dall’alimentare.

Il caro-affitti delle Olimpiadi, una scia lunga fino a Verona

L’analisi territoriale, però, incrocia inevitabilmente il passo con un evento di portata straordinaria come i Giochi invernali di Milano-Cortina 2026, la cui influenza sui listini, in particolar modo quelli delle locazioni e del comparto ricettivo, si sta rivelando profonda e, per certi versi, speculativa. I dati raccontano di una forbice impressionante: se l’inflazione generale corre a ritmi contenuti, in alcune città la voce “alloggi” e “servizi di alloggio” ha subito impennate a dir poco anomale. È il caso di Milano, dove l’inflazione tendenziale a febbraio ha toccato il 3,9%, il dato più alto d’Italia se si esclude quello, ancora più estremo, di Belluno, fermo al 4,3%. Questi due territori, epicentro delle manifestazioni sportive, pagano lo scotto di una domanda temporanea ma violentemente esplosa: nel capoluogo lombardo, l’aumento della spesa annua per una famiglia media è stimato in 1.197 euro, una cifra che vale il primo posto in questa poco invidiabile graduatoria, mentre per Belluno il conto si attesta sui 1.121 euro aggiuntivi, un peso non indifferente per i bilanci domestici locali. Il fenomeno non si limita ai soli Comuni che ospitano direttamente gli impianti olimpici, ma si riverbera a macchia d’olio sulle province limitrofe e sulle città d’arte del Nord Italia, chiamate a gestire i flussi turistici collaterali. Verona, per esempio, si posiziona al settimo posto tra le città con i maggiori rincari, con una stangata media di 496 euro a famiglia e un tasso d’inflazione all’1,8%. Nella top ten delle città più care compaiono anche Mantova, con un +1,7% e 488 euro di maggior spesa, mentre più su, al quarto posto, si piazza Trento con 604 euro aggiuntivi e al quinto Bolzano, con 597 euro. I dati diffusi dall’Istat e rielaborati dall’associazione dei consumatori dipingono quindi un quadro a due velocità, in cui l’onda lunga dell’evento sportivo e dei suoi flussi turistici straordinari va a sommarsi alle tensioni inflazionistiche ordinarie, creando situazioni di vera e propria bolla localizzata.

La fiammata dei prezzi nei quartieri coinvolti dai Giochi

Scendendo ancora più nel dettaglio, l’impatto delle Olimpiadi si legge con chiarezza nei micro-dati che riguardano specifici quartieri e comparti merceologici, quelli dove la domanda extra si è fatta sentire con maggiore prepotenza. Gli analisti immobiliari segnalano come, nelle zone di Milano direttamente interessate dai cantieri e dalle nuove infrastrutture – si pensi all’area di Porta Romana, dove sorge il Villaggio Olimpico, o a quelle di Rogoredo e Santa Giulia – i prezzi delle compravendite e, soprattutto, dei canoni di locazione breve abbiano subito un’accelerazione difficilmente riconducibile alle sole dinamiche di mercato. Un monitoraggio condotto dall’Osservatorio Nazionale Federconsumatori, citato in alcune analisi di settore, ha evidenziato come a febbraio, nel periodo clou dei Giochi, il costo medio di una notte in alcune località olimpiche fosse superiore del 162% rispetto all’inizio del mese, con picchi per gli hotel che in certi casi hanno sfiorato il 279% di rincaro, mentre per gli appartamenti si è parlato di un +155%. Livigno, Cortina e la Val di Fiemme sono state le mete in cui il fenomeno ha assunto i contorni più estremi, con incrementi a tre cifre che poco hanno a che fare con l’andamento fisiologico dell’inflazione e molto, invece, con dinamiche di pura rendita di posizione. Queste impennate, concentrate nel breve arco delle competizioni, non vanno però a incidere in modo strutturale sul dato medio annuo dell’inflazione cittadina, ma rappresentano delle sacche di rincaro che pesano in maniera determinante sulle tasche di chi, per motivi di studio, lavoro o turismo, si è trovato a dover sostenere tali costi proprio in quel lasso temporale.

Una geografia dei rincari a macchie di leopardo

Parallelamente alle aree “calde” del Nord Italia, l’analisi dell’Unione Nazionale Consumatori individua anche le città che hanno saputo resistere meglio alla spinta dei rialzi, mantenendo un profilo di spesa più virtuoso. In cima a questa speciale classifica delle città meno care, ovvero quelle con il minor aumento del costo della vita a febbraio, troviamo Pisa, con un’inflazione pressoché azzerata allo 0,1% e un aggravio di spesa annuo di soli 27 euro per famiglia. Seguono, a stretto giro, Campobasso con un +0,2% e Potenza con un +0,3%, a testimoniare come il Mezzogiorno e alcune aree del Centro Italia, pur non essendo immuni alle tensioni sui prezzi, mostrino una dinamica molto più contenuta rispetto ai grandi centri urbani del Nord e alle aree turisticamente più esposte. Il quadro che emerge è dunque quello di un’Italia in cui l’inflazione, pur tornata a salire dopo la frenata di gennaio, disegna una mappa complessa e frastagliata, in cui accanto a città “graziate” come Brescia e a centri virtuosi come Pisa, convivono realtà metropolitane flagellate da rincari a doppia cifra in specifici settori. Un divario che rischia di ampliare ulteriormente le disuguaglianze territoriali e che pone interrogativi non secondari sulla capacità di diversi territori di assorbire l’impatto di eventi straordinari senza che questi si traducano in una stangata per i residenti.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.