Disoccupazione in rialzo a febbraio, i giovani sotto i 35 anni pagano lo scotto più caro

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il mercato del lavoro italiano, che per anni aveva mostrato una dinamica espansiva quasi ininterrotta, sembra aver imboccato una fase di riflessione non priva di insidie strutturali. A certificarlo sono i dati diffusi dall’Istat relativi al mese di febbraio, i quali tratteggiano un quadro dove la frenata, sebbene contenuta nei numeri assoluti, colpisce con particolare asprezza proprio quella fascia di popolazione – i giovani tra i 25 e i 34 anni – che rappresenta il termometro più sensibile della salute economica di un paese. L’istituto di statistica rileva una contrazione di 29mila occupati rispetto a gennaio, un decremento che, tradotto in termini percentuali, segna un -0,1% sul totale, ma che assume un peso ben diverso quando lo si analizza per classi d’età: tra i 25 e i 34 anni il crollo raggiunge lo 0,6%, un dato che non trova analogie nelle altre fasce demografiche. Non va meglio, seppur in misura leggermente minore, per la fascia immediatamente successiva, quella dei 35-49enni, dove il calo rimane comunque significativo.

Il tasso di occupazione arretra, l’inattività non molla la presa

Il tasso di occupazione, conseguentemente, arretra al 62,4%, mentre il tasso di disoccupazione – cioè la quota di chi cerca attivamente un lavoro ma non lo trova – sale al 5,3%, con un aumento di un decimo di punto. Più preoccupante, forse, la fotografia dell’inattività, che rimane inchiodata al 33,9%: un valore che indica come più di un italiano su tre in età da lavoro non cerchi neppure un’occupazione, un fenomeno endemico che riguarda soprattutto le donne e le regioni del Mezzogiorno. Sul fronte giovanile, però, arriva una lettura solo apparentemente contraddittoria: il tasso di disoccupazione under 25 scende al 17,6%, con un miglioramento di un punto percentuale. Un dato che l’Istat spiega con il contemporaneo restringimento della base dei giovani attivi (tra chi ha abbandonato la ricerca e chi ha trovato impiego altrove) più che con una reale ripresa delle assunzioni nella prima fascia d’età.

L’effetto genere e l’anomalia degli over 50

A febbraio, su base mensile, il calo degli occupati si accompagna a una crescita dei disoccupati e a una sostanziale stabilità degli inattivi, un equilibrio instabile che gli economisti leggono come un possibile anticipatore di una stagnazione prolungata. Eppure, non mancano le contro-tendenze: l’occupazione femminile, infatti, cresce di 29mila unità sul mese e addirittura di 50mila sull’anno, unico vero segnale positivo in un panorama per il resto in ombra. All’opposto, l’occupazione maschile crolla di 58mila unità rispetto a gennaio e di 37mila su base annua, un dato che ribalta molte delle narrazioni correnti sul predominio maschile nel mercato del lavoro. Un’altra nota di colore, per così dire, arriva dagli over 50: la loro presenza tra gli occupati continua ad aumentare, fenomeno che gli analisti spiegano con il posticipo dell’età pensionabile e con la maggiore difficoltà dei giovani a entrare a regime nel mondo del lavoro.

Il confronto annuo regge, ma la politica guarda altrove

Rispetto a febbraio dell’anno precedente, il bilancio resta comunque positivo: si contano 13mila occupati in più, un margine esiguo che tuttavia interrompe una serie di incrementi record registrati nei dodici mesi precedenti. Un risultato, quest’ultimo, destinato a entrare nel dibattito politico: il prossimo nove aprile, quando la presidente del consiglio Giorgia Meloni si presenterà alle Camere per quella che è stata definita l’avvio della «fase due» del suo esecutivo (un governo che esce indebolito dalla sconfitta sul referendum sulla giustizia), utilizzerà proprio questi numeri – quelli di febbraio 2026 – come scudo retorico. Lo farà citando i record sull’occupazione «sin dai tempi di Garibaldi», una formula con la quale cercherà di trasformare un +13mila annuo in una prova di forza della «Nazione», applicando quella che molti osservatori definiscono una distorsione cognitiva basata sul segno più davanti a una cifra, a prescindere dalla sua reale consistenza.

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