Trump spinge sull’Irlanda unita e apre un caso politico nell’isola
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Redazione Esteri
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Donald Trump ha detto che gli piacerebbe vedere un’Irlanda unita, intervenendo su uno dei temi più delicati della politica dell’isola durante il suo weekend irlandese. Il presidente americano ha espresso la propria posizione parlando con i giornalisti dopo l’incontro con il premier Micheál Martin, trasformando la visita in un appuntamento ad alta tensione politica. L’ipotesi della riunificazione coinvolge infatti direttamente il futuro dell’Irlanda del Nord e tocca equilibri costruiti dopo decenni di conflitto, mettendo in discussione un terreno sul quale ogni cambiamento è legato a procedure politiche e istituzionali precise.
La reazione di Dublino e il richiamo all’Accordo del Venerdì Santo
La risposta del governo irlandese è arrivata attraverso la ministra degli Affari Esteri Helen McEntee, che alla Bbc ha definito quella espressa dal presidente statunitense una sua «opinione personale». Dublino ha così separato nettamente la dichiarazione dell’ospite americano dal percorso previsto per un eventuale cambiamento dello status costituzionale dell’isola. La ministra ha richiamato l’Accordo del Venerdì Santo, il quadro che disciplina gli equilibri politici nati dal processo di pace e al quale resta legata qualsiasi modifica riguardante il rapporto tra la Repubblica d’Irlanda e il territorio nordirlandese.
Le parole arrivate durante la visita hanno provocato una reazione particolarmente sensibile sul fronte unionista, contrario alla separazione dell’Irlanda del Nord dal Regno Unito. Il tema investe inevitabilmente anche Londra, perché la questione non riguarda soltanto i rapporti tra le due parti dell’isola ma il futuro di un territorio britannico. La presa di posizione americana entra quindi in uno spazio politico nel quale convivono orientamenti opposti: da una parte chi sostiene la riunificazione, dall’altra chi considera essenziale mantenere l’attuale legame costituzionale con la Gran Bretagna.
Dalla divisione dell’isola ai Troubles
Le radici della questione risalgono alla nascita dello Stato libero d’Irlanda, che lasciò irrisolto il nodo dell’unificazione dell’intera isola e fu seguito anche da una guerra civile tra le forze favorevoli al compromesso raggiunto e quelle che lo rifiutavano. Il successivo distacco dal Commonwealth portò alla completa indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1949. Rimase però separata la parte settentrionale, formata da sei contee e caratterizzata da una forte componente politica e sociale favorevole alla permanenza all’interno del Regno Unito.
Negli anni Sessanta la contrapposizione tornò a esplodere con la violenza dell’IRA e dei gruppi protestanti, dando origine alla lunga stagione conosciuta come Troubles. Il conflitto trasformò la questione costituzionale in uno scontro segnato da terrorismo, divisioni politiche e contrapposizioni identitarie, fino al processo che portò agli accordi di pace. È questo passato a spiegare perché una dichiarazione sulla riunificazione pronunciata da un presidente degli Stati Uniti durante una visita ufficiale assuma un peso politico superiore a quello di una semplice preferenza personale.
La visita americana accompagnata dalle proteste
L’intervento sulla futura configurazione dell’isola non è stato l’unico elemento di tensione del viaggio presidenziale. La presenza del capo della Casa Bianca ha infatti provocato anche una mobilitazione di protesta, aggiungendo una dimensione di piazza alle reazioni politiche suscitate dalle sue dichiarazioni. Nella stessa giornata circa 10mila persone sono scese in strada per manifestare contro il presidente degli Stati Uniti.
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