Trump lancia il Consiglio della pace per Gaza, l’Italia frena mentre Orbán aderisce
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Redazione Esteri
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In un giorno segnato da una nuova, tragica escalation di violenza a Gaza, dove l’esercito israeliano ha ucciso almeno undici persone – inclusi tre giornalisti, due ragazzi di tredici anni e una donna – Donald Trump ha presentato ufficialmente al Forum economico mondiale il “Board of Peace”, l’organismo da lui promosso per coordinare la futura ricostruzione dell’enclave e la stabilizzazione regionale. L’iniziativa, che alcuni osservatori hanno paragonato a un’assemblea di azionisti del nuovo ordine mondiale, vede una partecipazione internazionale variegata, dalla Turchia all’Arabia Saudita, ma registra immediate divisioni in seno all’Europa. Mentre il presidente americano, tornato alla guida degli Stati Uniti, indossava una cravatta bordeaux e parlava da padrone di casa nella sala plenaria, da Budapest giungeva la decisa adesione di Viktor Orbán, il quale, unico leader di un paese membro dell’Unione insieme al premier bulgaro dimissionario, ha criticato Bruxelles sostenendo che “in Ucraina l’Europa vuole continuare la guerra”.
La posizione italiana e il gelo sulle nomine
Una freddezza ben diversa, quella manifestata dall’Italia, che attraverso la voce del presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha annunciato una momentanea sospensione dell’adesione al Board, giustificandola con una presunta “incompatibilità costituzionale”. La premier, pur avendo ribadito in un’intervista l’interesse nazionale per un ruolo attivo nel processo di pace mediorientale e nella prospettiva dei due Stati, ha quindi optato per una posizione di attesa. Una scelta che di fatto congela la partecipazione romana a un tavolo considerato comunque “interessante”, come ha lei stessa ammesso, evitando però di schierarsi al fianco di figure come Orbán in un contesto diplomatico così delicato e nato su impulso dell’amministrazione Trump.
Le ombre sulla Striscia e le richieste di giustizia
A gettare una lugubre ombra sull’annuncio del Consiglio per la pace, i fatti di cronaca nera di mercoledì a Gaza, dove i tre giornalisti uccisi sono divenuti il simbolo di una tragedia che non risparmia nessuno. Le loro morti, come riferito dagli ospedali locali in uno dei giorni più letali dall’entrata in vigore del cessate il fuoco di ottobre, hanno spinto organizzazioni internazionali come il Committee to Protect Journalists e l’agenzia di stampa Agence France-Presse a richiedere con fermezza indagini approfondite e indipendenti. Questi episodi, che si inseriscono in un conflitto di cui ancora non si intravede la fine, pongono interrogativi cruciali sulla reale possibilità di avviare qualsiasi percorso di ricostruzione mentre la violenza continua a mietere vittime tra la popolazione civile.
Lo scenario geopolitico frammentato
Il quadro che emerge è dunque profondamente frammentato: da un lato l’iniziativa americana, che cerca di coagulare attorno a sé potenze regionali e globali con l’obiettivo dichiarato di “facilitare la pace”; dall’altro, la realtà di una guerra che quotidianamente produce morti e distruzione, minando alle fondamenta qualsiasi sforzo diplomatico. La divergenza europea, con l’Ungheria di Orbán che rompe il fronte comune e l’Italia che si ritrae cautamente, riflette le difficoltà nel trovare una posizione unitaria di fronte a una crisi di tale complessità e alle nuove geometrie politiche disegnate dalla Casa Bianca. Restano sullo sfondo, come monito, le immagini dei bambini e dei reporter uccisi, che impongono una riflessione sulla priorità della protezione delle vite umane in attesa che i meccanismi della politica producano risultati concreti.




