Un futuro aprile: la strage di Pizzolungo raccontata da Rai 1 tra memoria civile e rimozione
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’è un momento, nella lunga scia di sangue che Cosa nostra ha lasciato sulla cronaca italiana, in cui la Storia smette di essere un fatto collettivo per diventare una cicatrice privata, e di questo passaggio delicato – quasi intimo – prova a raccontare “Un futuro aprile”, il film di Graziano Diana andato in onda ieri sera su Rai 1 e disponibile su RaiPlay. La pellicola, che si inserisce nel calendario delle celebrazioni della Giornata della Legalità, non si limita a ricostruire l’esecuzione materiale dell’attentato del 2 aprile 1985, quando una Fiat 132 blindata venne affiancata (e tragicamente protetta) da una Volkswagen Scirocco guidata da una giovane madre, Barbara Rizzo. Il regista, piuttosto, sceglie un punto di osservazione laterale e potentissimo: quello di Margherita, l’allora bambina di undici anni che quel giorno era già tra i banchi di scuola e che, tornando a casa, si trovò improvvisamente privata della madre e dei fratellini gemelli, Giuseppe e Salvatore.
Una regia che trasforma il dolore in sguardo attivo
L’aspetto più riuscito dell’operazione televisiva, interpretata da un cast solido che vede Francesco Montanari nei panni del giudice Carlo Palermo (il vero bersaglio dell’autobomba) e Peppino Mazzotta in quelli del padre Nunzio Asta, risiede proprio nella sua capacità di evitare il pietismo. Diana, che ha curato la sceneggiatura con Stefano Marcocci e Domenico Tomassetti, costruisce la narrazione basandosi liberamente sul libro “Sola con te in un futuro aprile” scritto dalla stessa Margherita Asta con Michela Gargiulo; e lo fa restituendo alla vittima – o meglio, alla sopravvissuta – la dignità di una protagonista attiva. Non si tratta solo del racconto di una deflagrazione, ma del viaggio lungo decenni di una bambina che cresce vedendo il padre logorarsi (Nunzio morirà otto anni dopo, nel 1993, stroncato dal crepacuore più che dai problemi cardiaci) e che si trova costretta a fare i conti con un sentimento ambiguo: quel risentimento verso il magistrato scampato alla morte, che lei per molto tempo considererà quasi un colpevole per essere sopravvissuto al posto dei suoi cari.
Le location e la geografia simbolica dell’eccidio
A fare da sfondo a questa introspezione è un territorio che diventa esso stesso un personaggio muto ma eloquente. Le riprese sono state effettuate nei luoghi reali della strage, tra Pizzolungo – una frazione di Erice che la leggenda vuole luogo dello sbarco di Enea – e la valle trapanese. C’è una bellezza struggente in quei tratti di costa rocciosa e intatta, una luce quasi straniante che contrasta con la ferocia dell’evento storico. Il 2 aprile del 1985, lungo quella strada provinciale, il giudice Palermo era diretto in tribunale. Era arrivato a Trapani da appena quaranta giorni, ereditando un’eredità pesantissima: il posto del giudice Giangiacomo Ciaccio Montalto, ucciso dalla mafia a Valderice il 25 gennaio 1983. L’autobomba, carica di tritolo, era stata piazzata per fermare le sue indagini, che puntavano dritte a una raffineria di eroina nel trapanese. E invece, come spesso accade in questi agguati, la furia omicida si abbatté sui più deboli: l’utilitaria di Barbara fece da scudo alla blindata. Di lei e dei bambini, raccontano le cronache giudiziarie, non rimasero che brandelli dispersi a centinaia di metri di distanza.
L’intreccio giudiziario e il peso delle assoluzioni
Il film, inevitabilmente, tocca anche il groviglio processuale che ha reso celebre (e maledetta) questa vicenda. Nel racconto, si segue la crescita di Margherita mentre la giustizia italiana, in primo grado, condanna all’ergastolo gli esecutori materiali – si parlò di Gioacchino Calabrò, Vincenzo Milazzo e Filippo Melodia – per poi vederli assolvere in Corte d’Appello e infine in Cassazione. Solo anni dopo, grazie ai flussi dei collaboratori di giustizia (da Francesco Di Carlo a Giovanni Brusca), si arrivò a colpire i mandanti eccellenti: Salvatore Riina e Vincenzo Virga finirono all’ergastolo per quella strage, come poi accadde anche per Antonino Madonia. Tuttavia, per gli esecutori materiali il verdetto di assoluzione è divenuto irrevocabile, una ferita che per molti versi ancora sanguina nella percezione della legalità siciliana. L’ultimo capitolo giudiziario, datato 2019, ha visto la condanna del boss Vincenzo Galatolo a trent’anni (confermata in appello e Cassazione) su indicazione della figlia divenuta testimone di giustizia, ma il quadro complessivo rimane quello di una verità giudiziaria arrivata a singhiozzo, spezzettata, quasi a voler dimostrare quanto sia difficile estirpare certe radici quando lo Stato stesso, in quegli anni, era infiltrato o distratto.
L’incontro finale come atto terapeutico
L’epilogo del film, che costituisce anche il suo vero cuore pulsante, abbandona il tribunale per approdare all’umanità. Dopo la morte del padre, dopo anni di silenzi e di rabbia covata, Margherita decide finalmente di incontrare Carlo Palermo. Non è la scena di un perdono retorico o di una pacificazione costruita a tavolino; è piuttosto la resa dei conti tra due persone che lo stesso destino ha segnato, legandole indissolubilmente. Palermo, che portava addosso il senso di colpa del sopravvissuto, e Margherita, che aveva bisogno di scindere il dolore dalla ricerca di un capro espiatorio, si guardano negli occhi. La regia di Diana lascia spazio ai primi piani, al tremore delle voci, a quel silenzio carico di sottintesi che solo la fiction di memoria civile sa restituire quando riesce a mettere da parte la retorica. “Un futuro aprile” non è solo il Titolo di una pellicola, ma la speranza – fragile e testarda – che esista uno spazio oltre la tragedia dove il ricordo non paralizza, ma diventa impegno. Quel futuro, per Margherita Asta, è stato la scelta di aderire a Libera, trasformando la sua testimonianza in un presidio costante contro l’oblio.




