Monte Sole e Predappio, il 25 aprile della rimozione e della memoria

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   Sembrava di essere a un concerto, ieri, in cima all’Appennino, lungo quelle gole strette della valle di Monte Sole che ancora portano i segni di una ferita profonda e mai rimarginata. Decine di migliaia di ragazzi – moltissimi arrivati con le tende fin dalla sera prima e poi saliti a piedi per ore – hanno risposto presente dove la storia, quella vera, pesa come un macigno. Hanno camminato sui sentieri che videro correre, disperati, i pochissimi superstiti della strage nazifascista del 1944; un’invasione pacifica e rumorosa che restituisce il senso di una data, il 25 aprile, che qualcuno, invece, continua a voler rimuovere o, peggio, a dichiarare chiusa.

La retorica della “fine” e lo scontro sulle piazze

Mentre a Monte Sole il segretario nazionale della Fiom, Michele De Palma, ricordava che “c’è chi ha deciso di stare dalla parte di chi ammazzava i bambini e chi invece è morto per la democrazia”, a pochi chilometri di distanza, nell’aria rarefatta di Predappio, si giocava un’altra partita. Quella, per intenderci, della provocazione politica messa in scena da Forza Nuova e dalla piattaforma Fahrenheit2022. L’obiettivo era dichiarato: un convegno intitolato “La fine dell’antifascismo”, da tenersi il giorno della Liberazione nella città natale del duce. La sindaca di Marzabotto, Valentina Cuppi, intervenuta a Monte Sole, ha liquidato la vicenda con un’osservazione netta: “La fine dell’antifascismo è la fine della democrazia. Dovrebbe essere dovere dello Stato impedire l’apologia del fascismo, è un crimine”.

Il tentativo di Forza Nuova, però, si è scontrato con la burocrazia (e con le ordinanze) prima ancora che con la controinformazione. Il capannone scelto inizialmente, l’ex stabilimento ‘L’Arte’ (parte del complesso delle ex Caproni), è stato dichiarato inagibile. Un’ordinanza del sindaco di Predappio, concertata con il prefetto Rinaldo Argentieri e il questore Claudio Mastromattei, ne ha bloccato l’uso, citando il “grave e generale degrado” della struttura. Alle prime luci dell’alba del 25 aprile, i cancelli erano già sprangati, presidiati da vigili e forze dell’ordine.

Il trasloco nel circolo Acli e la reazione della Curia

Ma il copione, come spesso accade in queste cronache di provincia trasformate in simbolo nazionale, ha subito una variazione in extremis. Il convegno non è stato annullato: è semplicemente traslocato. Venticinque tornanti più in là, tenendosi largo dal centro di Predappio, l’evento si è riassemblato alla Rocca delle Caminate, nel comune di Meldola. E qui la vicenda assume i contorni di un caso tutto italiano: la nuova location individuata è un circolo delle Acli, un ente di chiara impronta cattolica e sociale.

L’effetto è stato immediato e deflagrante. La Diocesi di Forlì-Bertinoro, venuta a conoscenza dell’accaduto, non ha esitato a prendere le distanze con una durezza inusuale. Il parroco, monsignor Franco Appi (in carica dal 1974), ha spiegato di essere stato avvisato dalla Questura solo a tarda mattinata, comunicando immediatamente che “il terreno occupato dai militanti è di proprietà della parrocchia e che non era stata concessa alcuna autorizzazione”. Il vescovo Livio Corazza ha tuonato contro l’accaduto, specificando che il circolo “non è autorizzato ad ospitare nessun tipo di convegno di stampo partitico”. L’abbraccio tra le gerarchie ecclesiastiche e i paletti della legalità, in questo caso, ha chiuso la porta a una narrazione che i giovani di Monte Sole hanno invece ribaltato con la loro semplice, massiccia presenza fisica.

Tra i cantori del “passato che non passa” e la folla silenziosa

Tre le righe dei dispacci di cronaca, emergono i dettagli di un’altra Italia. Quella che al convegno (poi trasferito e ridimensionato) avrebbe voluto portare oratori come Nick Griffin o Ioannis Zografos, tentando di costruire una “internazionale” del revisionismo. Roberto Fiore, leader del partito, aveva promesso che la “verità” sarebbe scesa in piazza, ma la verità, ieri, era altrove. Era nel lungo serpentone umano che saliva verso Monte Sole, dove una folla sterminata – quasi fosse un rave, parola che fa tremare i polsi ai palati fini della politica – ha scelto di fare silenzio davanti ai nomi dei 775 martiri trucidati tra il settembre e l’ottobre del ’44. Senza urlare slogan, ma semplicemente essendoci. Perché se è vero che la storia chiama sempre a raccolta, ieri l’appello è stato raccolto da chi ha scelto di camminare, mentre pochi altri cercavano riparo dentro un circolo, tra lo scandalo della Curia e il gelo delle forze dell’ordine.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.