La “fine dell’antifascismo” annunciata a Predappio e la risposta di Monte Sole tra divieti e traslochi
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Redazione Interno
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L’aria che tirava ieri in cima all’Appennino, nella valle di Monte Sole, non era certo quella dei silenzi imposti dalla retorica istituzionale. C’erano tanti di quei ragazzi – decine di migliaia, a giudicare dalla marea umana che si è mossa lungo i sentieri – che l’atmosfera ricordava più quella di un concerto che di una commemorazione. Un rave, azzarderebbe qualcuno, e quella parola – lo sappiamo bene – fa una paura tremenda a chi considera la Festa della Liberazione un esercizio divisivo. E lo è, lo è certamente, ma solo per quelli che quella libertà non l’hanno mai voluta. Erano giovani, per lo più, arrivati con le tende già dalla sera prima, e hanno scalato quei crinali a piedi per ore; gli stessi, identici crinali dove, in quei giorni terribili dell’autunno 1944, i pochissimi superstiti della strage corsero via per salvarsi la vita.
Mentre Monte Sole si riempiva di quella folla che voleva ascoltare parole chiare su chi fossero i carnefici e chi i martiri, a pochi chilometri di distanza, nel crocevia simbolico di Predappio, si consumava un’altra scenografia. Qui il 25 aprile è stato segnato dal tentativo, riuscito solo in parte, di Forza Nuova di celebrare quella che hanno ribattezzato «la fine dell’antifascismo». Il movimento, in combutta con il giornale online Fahrenheit 2022, aveva organizzato una «giornata comunitaria» nella città natale di Benito Mussolini con tanto di concerti e simboli nostalgici. Tra questi spiccava la sigla Rac – rock against communism – una liturgia che rimanda direttamente ai suprematisti bianchi del Regno Unito della fine degli anni Settanta.
Il trasloco forzoso alla Rocca delle Caminate e la presa di distanza della Diocesi
Il piano degli organizzatori però si è subito scontrato con la realtà. Il capannone inizialmente designato a Predappio, l’ex area Caproni, ha visto i suoi cancelli sprangati fin dal primo mattino. Vigili urbani e forze dell’ordine presidiavano i varchi, perché la Prefettura aveva dichiarato inagibile la struttura. Un intoppo che però non ha fermato i circa duecento militanti accorsi: l’iniziativa è semplicemente traslocata più in là, venti tornanti più su, fin dentro la Rocca delle Caminate, nel comune di Meldola. Una mossa, quella di occupare una sede delle Acli senza permesso, che ha scatenato la reazione immediata del parroco del luogo, il quale ha dichiarato di non aver mai autorizzato l’uso dei locali per un evento di stampo politico. La Diocesi, dal canto suo, ha fatto sapere di prendere nettamente le distanze da quanto accaduto, sottolineando come nessuno avesse il diritto di disporre di quegli spazi per diffondere messaggi che riportano indietro le lancette della storia.
La linea del confine tra memoria e oblio nelle parole di Marzabotto
Mentre a Predappio si cercava di minimizzare l’accaduto e di rilanciare la provocazione, a Monte Sole la risposta è arrivata chiara e senza tentennamenti. «La fine dell’antifascismo – ha tuonato la sindaca di Marzabotto – è la fine della democrazia». Le sue parole, pronunciate in un luogo che è diventato il simbolo mondiale della ferocia nazifascista, hanno avuto il peso specifico di una pietra tombale gettata su qualsiasi tentativo di revisionismo spicciolo. Per chi abita quelle colline e custodisce la memoria delle stragi, l’equiparazione tra gli opposti è semplicemente impossibile. Impossibile pareggiare i conti tra chi difendeva la libertà e chi, invece, imbracciava il fucile sotto la Rsi.
A rafforzare questo concetto ci ha pensato il segretario della Fiom, Michele De Palma, il quale ha rimarcato senza mezzi termini una verità scomoda ma cristallina: c’è chi, all’epoca, scelse deliberatamente la parte dei boia. «C’è chi ha deciso di stare dalla parte di chi ammazzava i bambini – ha detto De Palma in un passaggio incisivo del suo intervento – di chi trucidava i preti, di chi ammazzava la libertà delle persone». Dall’altra parte del confine, invece, c’erano quelli che lottarono e morirono per la dignità. Il richiamo, forte e diretto, è che senza quella scelta di campo – che non fu ideologica ma esistenziale – oggi non potremmo sederci nemmeno a parlare di democrazia.




