Raid israeliani su Khan Yunis: ucciso il premier di Hamas a Gaza
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Redazione Esteri
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Mentre il governo di Netanyahu prosegue senza esitazioni la sua offensiva militare, le operazioni dell’esercito israeliano (Idf) si intensificano nel sud della Striscia di Gaza, con particolare focus su Khan Yunis e Rafah. Proprio a Khan Yunis, un bombardamento ha colpito l’ospedale Nasser, causando almeno cinque vittime e numerosi feriti, secondo quanto riportato da fonti locali e ripreso da Al Jazeera. L’attacco, che ha scosso la già fragile infrastruttura sanitaria della regione, arriva in un momento in cui le tensioni continuano a crescere, nonostante gli appelli internazionali a riprendere il dialogo.
Nel frattempo, l’Idf ha confermato l’uccisione di Barhoum, indicato come il nuovo primo ministro di Hamas, in un’operazione che sembra voler colpire non solo le capacità militari del gruppo, ma anche la sua struttura politica. La strategia israeliana, che mira a indebolire il controllo di Hamas su Gaza, si accompagna a iniziative come quella annunciata dal ministro della Difesa Israel Katz, che ha istituito un «ufficio per l’emigrazione volontaria» destinato ai residenti di Gaza interessati a trasferirsi in Paesi terzi. Questo ufficio, operativo in coordinamento con organizzazioni internazionali, si propone di rispettare il diritto israeliano e internazionale, come sottolineato da Katz in un’intervista a Haaretz.
La situazione umanitaria nella Striscia rimane drammatica. Secondo fonti mediche citate da Al Jazeera, solo oggi gli attacchi israeliani hanno causato la morte di almeno 46 palestinesi, concentrati principalmente nelle aree di Khan Yunis e Rafah. Questi numeri si aggiungono a un bilancio già pesante: dall’inizio del conflitto, si stima che le vittime abbiano superato le 50.000 unità, un dato che, pur con le inevitabili oscillazioni, fotografa una tragedia di proporzioni enormi, con un impatto sproporzionato sulla popolazione civile.
Parallelamente, il piano presentato a febbraio dall’amministrazione Trump per il dopoguerra a Gaza prevede uno sfollamento forzato degli abitanti verso Paesi vicini, come Egitto e Giordania, e una ricostruzione dell’enclave in chiave turistico-residenziale di lusso. Una proposta che, se da un lato punta a ridisegnare il futuro della regione, dall’altro solleva interrogativi sulle sue implicazioni politiche e sociali.




