Olimpiadi, la giornata delle medaglie sfumate e del bronzo strappato all'ultimo respiro
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Redazione Sport
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La domenica olimpica di Milano Cortina 2026, vissuta tra il catino della Milano Ice Skating Arena e le piste innevate di Bormio e Livigno, ha regalato al pubblico italiano emozioni contrastanti, quelle che oscillano tra l'amaro in bocca per un podio mancato per un soffio e la gioia incontenibile per una medaglia, la ventitreesima, arrivata quando ormai la luce lasciava spazio alle ombre serali. È stata una giornata in cui il meteo ha giocato un ruolo non secondario, con la neve caduta fitta su Bormio a complicare i piani di molti sciatori, ma in cui il carattere e la resilienza degli azzurri sono venuti comunque alla luce, seppur in forme diverse e con esiti altrettanto differenti.
Se c'è un'immagine che restituisce la fragilità dell'atleta di fronte all'imprevisto, quella è senza dubbio la fuga nel bosco di Atle Lie McGrath. Il norvegese, dominatore incontrastato della prima manche dello slalom speciale con un crono che faceva presagire una lotta per l'oro tutta in discesa, è stato tradito dalla neve e forse dalla tensione nella seconda discesa, finendo la sua gara prematuramente. Le telecamere lo hanno inquadrato mentre, dopo l'uscita, cercava un rifugio tra gli alberi, lontano dagli sguardi e dai flash, un gesto che parla più di mille parole e che racconta la solitudine del campione di fronte al dramma sportivo. Dello stesso tenore, seppur con un epilogo diverso e per certi versi più amaro, la prova di Arianna Fontana nei mille metri dello short track. La campionessa azzurra, alla ricerca della sua quattordicesima medaglia olimpica, è stata protagonista di una finale convulsa e fisica, conclusasi con un contatto al limite con la cinese Gong Li, un colpo di spatola che l'ha costretta a ripartire dall'ultima posizione. Nonostante una rimonta furiosa, il traguardo è arrivato con un quarto posto che sa di beffa, amplificato dalla conferma dei giudici dopo la revisione al video: il verdetto è stato un piazzamento che lascia l'amaro, ma non scalfisce la grandezza di un'atleta che ha comunque lottato fino all'ultimo centimetro di pista.
In questa altalena di sentimenti, a tenere alta la bandiera dell'Italia ci hanno pensato i pattini di Pietro Sighel e, soprattutto, gli sci di Flora Tabanelli. Sighel, già oro nella staffetta mista, ha letteralmente volato nei cinquecento metri, qualificandosi ai quarti con un numero da funambolo: all'ultima curva, sbilanciato da un avversario, ha mantenuto un equilibrio precario ed è arrivato al traguardo di spalle, un'immagine che rievoca la sua esultanza pirotecnica di qualche giorno fa, ma che questa volta racconta la necessità e la reattività di un campione che non molla mai. E poi c'è lei, Flora Tabanelli. La diciottenne di ottimo avvenire, come ama ricordare chi la segue da anni, ha illuminato una serata di bufera a Livigno con un sorriso inizialmente timido, quasi incredulo, quello di chi realizza solo dopo aver toccato il cielo con un solo, ultimo, salto. Nel big air di freestyle, la giovane azzurra ha piazzato una performance da novantaquattro punti e mezzo nell'ultima run, scalando la classifica e agguantando un bronzo storico per lo sci freestyle italiano, il primo di sempre ai Giochi invernali. Una medaglia dal sapore epico, se si considera che Tabanelli arrivava a questa Olimpiade dopo un infortunio al crociato dello scorso novembre, un problema che avrebbe potuto fermare chiunque e che invece lei ha affrontato con una terapia conservativa pur di esserci, pur di giocarsi le sue carte davanti al pubblico di casa.
Una nota a parte merita lo slalom maschile, che per i colori azzurri si è rivelato un terreno minato. Alex Vinatzer, dopo un'Olimpiade fin qui deludente, è uscito già nella prima manche, tradito da un errore dopo pochi metri. Ma a fare notizia, in un contesto di cronaca sportiva che spesso corre via veloce, sono state le sue parole a caldo. Il ventiseienne altoatesino non ha cercato alibi, non ha addossato le colpe alla nevicata o alla visibilità; anzi, ha ammesso con una sincerità quasi spiazzante che «le condizioni sono uguali per tutti» e che la sua è stata una «delusione personale», frutto di una pressione che non è riuscito a gestire. Un ammissione di responsabilità rara nel mondo dello sport ad alto livello, che chiude un cerchio amaro per lui ma che gli vale, probabilmente, più rispetto di quanto avrebbe potuto fare una qualunque scusa preconfezionata. Mentre lui raccoglieva i cocci delle sue Olimpiadi, Tommaso Saccardi, l'unico italiano a terminare le due manche, ha chiuso in dodicesima posizione, lontano dai riflettori ma con la dignità di chi ce l'ha messa tutta su un tracciato che ha fatto vittime eccellenti.




