L’impresa di Flora Tabanelli: un bronzo olimpico strappato al destino e al ginocchio malmesso

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Non era previsto che Flora Tabanelli fosse lì, sul podio di Livigno, a stringere tra le mani quel bronzo che sa di miracolo sportivo. La diciottenne di Sestola, trapiantata da tempo in Val di Fassa per inseguire il suo sogno sui salti, ha infilato i suoi sci nella storia del freestyle italiano andando a cogliere la prima medaglia olimpica di sempre per l’Italia in questa disciplina, ma il bello, se vogliamo dirla tutta, è come ci è riuscita. Perché se è vero che il talento non si discute – lo aveva già messo in bacheca con un Titolo mondiale e una Coppa del Mondo generale prima ancora di compiere diciotto anni – è altrettanto vero che il suo ginocchio destro, precisamente quel legamento crociato anteriore lesionato in un banale allenamento a Stubai lo scorso novembre, avrebbe dovuto tenerla lontana dai Giochi di Milano Cortina. Invece no, e il merito, oltre che della sua testa, è di un recupero lampo gestito tra le mura del J Medical di Torino, quella struttura dove incrociava, nei corridoi, Federica Brignone e Marta Bassino, altre due reduci da infortuni pesanti che proprio da lì sono ripartite verso traguardi insperati.

La finale del Big Air, slittata di oltre un’ora per via della nevicata che imbiancava Livigno e metteva a dura prova la visibilità, è stata una cavalcata nervosa, fatta di salti e di attese. Tabanelli, che nel corso delle batterie aveva mostrato una condizione a dir poco sorprendente per chi viene da tre mesi di stop forzato, si è giocata tutto all’ultima delle tre run a disposizione. È lì che ha piazzato il colpo da fuoriclasse: un 1620 double, quattro rotazioni e mezzo con un doppio avvitamento, un trick di difficoltà estrema che i giudici non hanno potuto fare a meno di premiare con il punteggio più alto dell’intera gara, 94.25 punti. Quella tornata le ha consentito di scavalcare la britannica Muir e di issarsi a quota 178.25, un totale che valeva il terzo gradino del podio alle spalle della canadese Megan Oldham, oro, e della cinese Eileen Gu, argento -2-3-6. Nona, con una caduta nell’ultima discesa, l’altra azzurra Maria Gasslitter, che però, va detto, è al primo anno in Coppa del Mondo e di tempo per crescere ne ha parecchio.

Il coraggio di Vinatzer e le amarezze di Bormio

Se a Livigno si festeggiava una medaglia che sa di epopea, a Bormio, dove andava in scena lo slalom speciale maschile, l’umore era ben diverso. Alex Vinatzer, il 26enne di Selva di Val Gardena su cui l’Italia puntava per una rimonta in extremis, è finito fuori nel corso della seconda manche, chiudendo con un’uscita di pista quella che lui stesso ha definito “un’Olimpiade disastrosa” -5. Il racconto di una delusione così profonda, però, assume contorni quasi umani quando l’atleta non cerca alibi, non si nasconde dietro alle condizioni della neve – che era tanta, certo, e rendeva il manto pesante – ma si mette l’anima in pace con una sincerità che, in certi contesti, diventa rara.

Vinatzer ha parlato di demoni del passato, di peso troppo grande da portare sulle spalle, di un sogno infranto davanti a porte che non si sono aperte. “Non sono stato all’altezza”, ha ripetuto, quasi volesse scolpirlo nella pietra, aggiungendo che il suo voto per questi Giochi è “insufficiente senza se e senza ma” -5-10. Ecco, in un’epoca in cui gli sportivi tendono a mascherare i fallimenti con frasi fatte, la sua ammissione di essere stato “uno dei perdenti di queste Olimpiadi” colpisce per la schiettezza, quasi fosse un esame di coscienza pubblico più che una dichiarazione post-gara. La sua Olimpiade era iniziata con una combinata sbagliata, era proseguita con un gigante in cui aveva tentato il tutto per tutto finendo fuori, e si è conclusa con questa caduta nello slalom, la sua specialità originaria, quella che lo aveva lanciato nel circuito che conta.

Il pattinaggio artistico e le speranze rimandate

Sul ghiaccio della Milano Ice Skating Arena, intanto, la giornata non regalava sorrisi nemmeno a Sara Conti e Niccolò Macii, la coppia di punta del pattinaggio di figura azzurro. Il programma corto della danza di coppia, che valeva l’accesso alla finale con aspirazioni di medaglia, si è trasformato in un piccolo incubo fatto di elementi imperfetti e di qualche sbavatura di troppo che i giudici hanno puntualmente penalizzato. Il punteggio di 71.70 li ha relegati all’ottava posizione, un piazzamento che, seppur non definitivo, complica non poco la rincorsa verso quel podio da cui distano ora circa tre punti -2. Una differenza che, nel pattinaggio, non è un abisso ma richiederebbe una prova di forza nel libero che finora, in questa stagione, era stata messa in mostra solo a sprazzi. La coppia azzurra si trova ora a dover inseguire, con la speranza che gli errori del corto restino un incidente di percorso e non il sintomo di una tensione che, in una competizione così sentita, può giocare brutti scherzi.

Short track e bob, le altre emozioni

Sulla pista dello short track, l’attenzione era tutta per Arianna Fontana, la veterana che di medaglie ne ha viste e vinte tante, ma che questa volta deve accontentarsi di guardare il podio da lontano. Nei mille metri, la finale è stata un affare per l’olandese Xandra Velzeboer, che ha portato a casa l’oro, mentre Fontana chiudeva ai piedi del podio e Elisa Confortola vinceva la finale B, un risultato che lascia l’amaro in bocca a una squadra abituata a ben altri traguardi -2-6. Nel bob femminile, invece, la statunitense Elana Meyers Taylor, alla sua ennesima Olimpiade, è riuscita a mettersi al collo l’oro nel monobob, beffando per soli quattro centesimi la tedesca Laura Nolte in una gara che si è decisa all’ultima discesa -2.

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