Flora Tabanelli e quel bronzo olimpico vinto con il crociato lesionato e un pensiero a Federica Brignone
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Redazione Sport
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C’è un’immagine, scattata quasi due anni fa, che oggi assume i contorni della premonizione: era il 21 maggio del 2024, e sulle rampe del Mottolino a Livigno, mentre Tadej Pogacar saliva in maglia rosa verso il traguardo del Giro d’Italia, due sciatori gli volarono letteralmente sulla testa. Erano Miro e Flora Tabanelli, fratelli nel sangue e nello spirito di una disciplina che la grazia la pretende in ogni rotazione. E sempre lì, a Livigno, sotto una tormenta che avrebbe fermato chiunque, Flora quel volo lo ha trasformato in storia, andando a infilarsi al terzo posto nella finale olimpica del Big Air, e regalando all’Italia la prima medaglia di sempre nel freestyle a cinque cerchi -9.
Perché quella di Flora, diciotto anni compiuti da poco, non è stata solo una gara, ma una piccola, grande impresa che profila di resilienza. Lo scorso novembre, appena tre mesi prima dell’appuntamento olimpico, la notizia che nessun atleta vorrebbe mai ricevere: una lesione al legamento crociato anteriore del ginocchio destro, rimediata durante un allenamento a Stubai, in Austria -10. Per molti, sarebbe stata la parola fine sulle speranze di partecipare ai Giochi di casa. E invece no: la scelta, coraggiosa e ponderata con i medici della Fisi, è stata quella di rimandare l’intervento chirurgico a marzo, optando per una terapia conservativa che le consentisse, tutore e dolore permettendo, di arrivare almeno sulla linea di partenza -1-6.
Ed è proprio qui che il racconto incrocia un’altra campionessa. Perché la riabilitazione di Flora è passata dal J Medical di Torino, lo stesso centro dove in quei mesi faticava anche Federica Brignone, alle prese con i suoi problemi fisici in vista di quella che poi sarebbe diventata un’Olimpiade da due ori. “Federica mi ha ispirato”, ha raccontato Flora a caldo, dopo la premiazione. Ed è un passaggio tutt’altro che banale, perché tra le mura di un centro medico, lontano dai riflettori, la diciottenne emiliana ha avuto modo di osservare da vicino la determinazione di chi nello sci italiano rappresenta un’istituzione -2-7. Un’ispirazione silenziosa, fatta di sguardi e di quotidiana sopportazione della fatica, che ieri sera, quando è scesa in pista per la terza run, deve averle suggerito di osare.
L’ultimo salto, quello che le è valso il punteggio più alto di tutta la finale (un 1600 double da 94.25 punti), è stato un atto di puro coraggio tecnico: “Volevo farlo, era un’Olimpiade – ha spiegato – e ne ho parlato con il mio tecnico, Valentino Mori. Se andava bene, andava bene, altrimenti sarei stata comunque contenta di averci provato” -2. L’atterraggio, perfetto, ha scatenato il pubblico e ha certificato un risultato che andava oltre il metallo pregiato: la dimostrazione che il lavoro fatto in quei 102 giorni di stop forzato, la paura di non farcela, e la rieducazione muscolare avevano partorito un piccolo miracolo sportivo.




