L’arsenale di Teheran messo in conto tra le macerie del sesto giorno di guerra
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Si torna a fare di conto, in queste ore, e lo si fa con la penna dei generali e la calma apparente degli strateghi seduti davanti a mappe digitali, mentre le esplosioni continuano a squarciare il cielo di Teheran e delle basi americane disseminate nel Golfo. Al sesto giorno dell’offensiva congiunta lanciata da Israele e Stati Uniti contro la Repubblica Islamica, l’interrogativo che riecheggia nei comandi militari e nelle redazioni di mezzo mondo è uno solo: quanti missili e quante bombe hanno ancora a disposizione gli ayatollah? La domanda, che può apparire fin troppo semplicistica, porta con sé il ricordo di un altro conflitto, quello russo-ucraino, quando ci si chiedeva quante munizioni d’artiglieria rimanessero agli ucraini o quanti carri armati potessero ancora mettere in campo i russi. L’ipotesi, allora come oggi, era che l’esaurirsi delle scorte avrebbe costretto una delle parti ad arrendersi, o quantomeno a fermarsi. Poi, come si ricorderà, arrivarono i droni e la carneficina trovò nuove strade per continuare. Oggi, in Medio Oriente, si riparte da quel medesimo dubbio, ma con variabili ancora più complesse e un teatro di guerra che si estende su una dozzina di paesi, dalle coste dello Yemen fino ai sobborghi meridionali di Beirut, dove nuove ondate di bombardamenti israeliani hanno preso di mira, secondo quanto riferito, quartieri densamente popolati. L’ambasciata italiana a Teheran, nel frattempo, è stata trasferita in luogo più sicuro, mentre l’Unicef ha lanciato l’allarme su quasi duecento bambini uccisi dall’inizio delle ostilità.
La logistica della distruzione e le riserve strategiche
L’amministrazione Trump, con il presidente saldamente alla guida della risposta militare, ha fornito numeri che tentano di tracciare un quadro dell’entità dei danni inflitti. L’ammiraglio Brad Cooper, a capo del Comando Centrale Usa per la regione, ha dichiarato che la marina statunitense ha affondato più di trenta navi iraniane dall’inizio dell’offensiva, aggiornando al rialzo le stime fornite dallo stesso Trump solo poche ore prima. Ma il vero nodo cruciale, quello attorno a cui ruota la possibilità che il conflitto si trascini per settimane o si esaurisca in pochi giorni, risiede nelle profondità dei depositi di missili balistici e cruise. Secondo analisi pubblicate dal Guardian, l’esito della guerra potrebbe dipendere interamente dalla dimensione degli arsenali iraniani di droni e missili, paragonata alle scorte di munizioni per la difesa aerea in possesso di Stati Uniti, Israele e alleati del Golfo. L’Iran, con una forza aerea antiquata e incapace di competere con i caccia israeliani e americani, ha infatti puntato tutto sulla propria potenza di fuoco a lungo raggio. Stacie Pettyjohn, analista del Center for a New American Security, ha descritto il conflitto come una sorta di “salvo competition”, una competizione a colpi di salve, dove vince chi ha i caricatori più profondi, e il grande punto interrogativo rimane proprio la profondità degli inventari di Teheran. Si tratta di un dato che nessuna intelligence, finora, è riuscita a certificare con precisione.
Le forze israeliane, da parte loro, hanno diffuso dati impressionanti sull’intensità dei raid: oltre quattromila bombe sganciate su obiettivi iraniani in pochi giorni, un quantitativo che già supera quello impiegato durante l’intero conflitto lampo del giugno precedente. Dal canto opposto, il portavoce militare israeliano Nadav Shoshani ha ammesso che la capacità di fuoco iraniana appare in diminuzione, pur senza poter stabilire con certezza se si tratti dell’effetto dei bombardamenti o di una scelta tattica della leadership di Teheran, la quale potrebbe razionare le proprie riserve in previsione di una guerra lunga. Quel che è certo è che la risposta iraniana non si è fatta attendere e ha allargato il conflitto a paesi terzi, come il Kuwait, dove una petroliera è stata colpita da una grande esplosione al largo delle sue acque, causando una fuoriuscita di greggio, e come il Bahrein, sede della Quinta Flotta americana, presa di mira in più occasioni.
Il fattore umano e l’estensione regionale del conflitto
Mentre i comandi militari incrociano i dati sui missili abbattuti e sui lanciatori distrutti, il costo in vite umane continua a salire in modo drammatico. Le agenzie di attivisti, incrociando fonti locali e testimonianze, parlano di oltre milleduecento morti in Iran dall’inizio dell’operazione, un numero destinato forse a crescere nelle prossime ore. A questi si aggiungono le vittime nei teatri collaterali, come in Libano, dove le difese aeree israeliane hanno dovuto far fronte a nuove ondate di razzi partiti dal sud del paese, e dove i caccia israeliani hanno colpito i quartieri meridionali della capitale con tredici ondate di attacchi in un solo giorno. L’esercito israeliano, dopo aver attivato le difese per intercettare una nuova salva di missili dall’Iran, ha proseguito la sua azione preventiva contro quelle che definisce infrastrutture del terrore. La popolazione civile, come sempre, si trova nel mezzo, con i soccorritori che lavorano senza sosta per estrarre superstiti dalle macerie di edifici che, solo pochi giorni fa, erano scuole o abitazioni. La stessa sorte è toccata ad alcuni pescatori dello Sri Lanka, la cui imbarcazione si è trovata nel mezzo di uno scontro navale tra un sommergibile americano e una nave da guerra iraniana, un episodio che dimostra quanto il raggio d’azione delle operazioni si sia allargato ben oltre i confini mediorientali.
La dimensione diplomatica ed energetica del conflitto
Parallelamente alle operazioni militari, si muove una partita parallela fatta di diplomazia e interessi economici. Il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal e ripreso da fonti come l’agenzia cinese Xinhua, starebbe valutando una mossa di ampio respiro nei confronti della Cina. L’idea, oggetto di colloqui con ex funzionari e analisti, sarebbe quella di convincere Pechino a ridurre drasticamente i propri acquisti di petrolio da paesi considerati rivali dagli Stati Uniti, in primis Russia e, appunto, Iran. In cambio, Washington offrirebbe l’acquisto di prodotti petroliferi e gas made in Usa, cercando di reindirizzare i flussi energetici globali a proprio vantaggio. Una proposta complessa, che si inserisce in un quadro già reso incandescente dalla guerra e che vede Pechino chiamata a una scelta delicata tra la convenienza economica del greggio russo e iraniano, spesso scontato, e la necessità di mantenere un canale di dialogo aperto con l’amministrazione Trump. Nel frattempo, il presidente americano ha ribadito con forza la necessità di essere coinvolto nella scelta del futuro leader iraniano, definendo inaccettabile l’ipotesi di una successione che porti Mojtaba Khamenei, figlio della guida suprema uccisa, a ricoprire quella carica. Una dichiarazione che ha scatenato la reazione di Teheran, dove i comandi militari si dicono pronti a rispondere a un’eventuale invasione di terra, definendola in partenza un disastro per gli americani.




