L’arsenale di Teheran sotto shock, dai missili ipersonici ai sommergibili: cosa resta della difesa iraniana dopo due giorni di raid
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Redazione Esteri
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Il racconto della potenza militare dell’Iran, un complesso e articolato sistema di deterrenza costruito in decenni di ingegneria inversa e produzione autonoma, si scontra ora con la drammatica concretezza del conflitto in corso. Gli attacchi condotti da Stati Uniti e Israele, come confermano le prime analisi post-operatorie, hanno inflitto un colpo durissimo alle capacità offensive di Teheran, mettendo in discussione l'integrità di un arsenale che, fino a pochi giorni fa, era considerato uno dei più temibili e diversificati dell'intero Medio Oriente. Secondo le ricostruzioni che filtrano dagli ambienti dell'intelligence e dai bollettini di guerra, la flotta navale iraniana, su cui il Paese aveva investito massicciamente negli ultimi trent'anni per sviluppare una dottrina di guerra asimmetrica, avrebbe subito perdite catastrofiche. Il presidente Trump ha dichiarato l'affondamento di nove unità navali e la distruzione del quartier generale della Marina e dei Pasdaran, un'operazione che, se confermata, azzererebbe di fatto la capacità di Teheran di proiettare la propria potenza nelle acque del Golfo e di minacciare il traffico petrolifero nello Stretto di Hormuz.
A essere stata presa di mira in modo sistematico è stata soprattutto la spina dorsale della strategia militare iraniana, ovvero l'arsenale missilistico e quello dei droni. Fonti israeliane riferiscono della distruzione di circa 200 lanciatori di missili balistici, una cifra che rappresenterebbe quasi la metà della componente operativa schierata sul territorio. I raid, condotti con una precisione chirurgica, hanno centrato non solo le postazioni di lancio, ma anche i principali impianti di produzione, quelli che permettevano all'Iran di rimpiazzare i vettori consumati con una capacità produttiva stimata in alcune decine di unità al mese. L'entità del danno emerge con chiarezza dai numeri forniti dai Paesi del Golfo: Giordania, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait e Bahrein hanno dichiarato di aver intercettato e abbattuto, in un'azione coordinata di difesa aerea, quasi 1.400 tra missili e droni lanciati dall'Iran in direzione dei loro territori o di Israele. Un dato impressionante, che fotografa la mole del fuoco scatenato da Teheran, ma anche la sua sostanziale inefficacia di fronte allo scudo anti-missile regionale.
Il fronte marittimo e la risposta dei Paesi del Golfo
La reazione iraniana non si è fatta attendere, e ha travalicato i confini dello scontro diretto con Israele per allargarsi a macchia d'olio su gran parte della penisola arabica. Gli Emirati Arabi Uniti, in particolare, hanno subito un attacco "esplicito" con missili balistici, come confermato dal ministero della Difesa di Abu Dhabi. I sistemi di difesa, pur rispondendo con efficienza e intercettando diversi ordigni in volo, non hanno potuto evitare la caduta di detriti in un'area residenziale, un evento che ha purtroppo causato la morte di un civile e ingenti danni materiali. Oltre agli Emirati, anche altri Paesi sono finiti nel mirino dei missili e dei droni iraniani, con obiettivi che spaziavano da basi militari a infrastrutture civili di primaria importanza: a Dubai sono stati colpiti il celebre hotel Burj Al Arab e il porto di Jebel Ali, mentre in Bahrein l'aeroporto internazionale ha riportato danni a seguito di un attacco con drone. Questa estensione geografica del conflitto, con l'Iran che colpisce direttamente le monarchie del Golfo, rappresenta un salto di qualità nella tensione regionale e dimostra la volontà di Teheran di rispondere su tutti i fronti, anche a costo di internazionalizzare lo scontro.
La struttura di comando e il ruolo dei Pasdaran
Nel caos delle operazioni belliche, un elemento di ulteriore fragilità per l'Iran è rappresentato dalla struttura stessa delle sue forze armate. Il Paese, infatti, si regge su due pilastri distinti e non sempre perfettamente allineati: da un lato l’Artesh, l'esercito regolare, e dall'altro i Pasdaran, il potente delle Guardie della Rivoluzione, un'élite ideologica e militare che dipendeva direttamente dalla guida dell'ayatollah Khamenei. La morte del leader supremo, avvenuta nel primo giorno di ostilità, rischia di creare un pericoloso vuoto di potere e di esacerbare le storiche rivalità tra questi due corpi, rendendo ancora più complessa la gestione di una macchina bellica già sotto shock. La forza aerospaziale dei Pasdaran, il fiore all'occhiello delle capacità offensive iraniane composta da 15-20mila uomini, molti dei quali tecnici altamente specializzati, è stata duramente colpita nei raid, con la perdita di numerosi operatori e infrastrutture chiave.
Nonostante la violenza degli attacchi e le perdite subite, il comando iraniano cerca di mantenere in piedi la propria capacità di risposta. Da quanto si apprende, resterebbero operative basi come quelle di Chitgar, a Teheran, e di Dastvare, da cui vengono gestiti i famigerati droni Shahed, utilizzati ampiamente anche dalla Russia nel conflitto ucraino. L'arsenale, seppur decimato, può contare ancora su una rosa di vettori a raggio intermedio e medio, come i missili Rezvan, Ghadr, Emad, e le varie versioni dei Sejjil e dei Khorramshahr, alcuni dei quali con capacità ipersoniche dichiarate come i Fattah. La loro effettiva operatività, dopo la pioggia di bombe che ha devastato depositi e postazioni di lancio, rimane però una delle grandi incognite di questa fase del conflitto, così come lo è l'esatta entità dei danni subiti dai siti di produzione e dalle scorte strategiche. Quello che appare certo è che l'Iran, pur continuando a lanciare contrattacchi, si trova ora a combattere con una mano legata dietro la schiena, privato di gran parte della potenza di fuoco che per anni aveva costituito il suo principale strumento di intimidazione e di influenza regionale.




