Friedman lancia l'allarme: "Stagione pericolosa" per la geopolitica globale
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Redazione Esteri
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L'analista Alan Friedman, in un intervento che ripercorre le tesi espresse nella sua rubrica "Il mondo questa settimana", dipinge senza mezzi termini un orizzonte internazionale fosco e carico di minacce. "Stiamo entrando in una fase estremamente difficile della geopolitica", ha dichiarato l'editorialista de La Stampa e direttore del Lugano Global Forum, sottolineando come il mondo si trovi ormai avviato verso quella che, senza esitazione, definisce una "stagione pericolosa". Un giudizio netto, il suo, che trae origine dall'incrociarsi pericoloso di crisi multiple, ciascuna delle quali possiede la capacità di innescare escalation improvvise e di vasta portata.
L'Artico e il nodo venezuelano
Friedman individua con precisione i teatri caldi da tenere sotto stretta osservazione. Il primo, forse meno immediato ma strategicamente cruciale, riguarda l'Artico e in particolare la Groenlandia, su cui il presidente degli Stati Uniti Trump ha più volte manifestato interessi di acquisizione. Un'ambizione, questa, che solleva questioni di sovranità e destabilizza gli equilibri nell'area, toccando da vicino anche un alleato storico come la Danimarca e peraltro coinvolgendo direttamente l'Alleanza Atlantica. Parallelamente, l'attenzione si sposta sul continente americano, dove l'operazione militare statunitense in Venezuela ha aperto un fronte del tutto nuovo. L'azione, stando all'analisi, non ha conseguenze limitate al solo paese sudamericano ma genera immediate ripercussioni globali, chiamando in causa e coinvolgendo direttamente attori del calibro di Russia e Cina, i quali osservano e reagiscono a una mossa che altera gli assetti di un'area di tradizionale influenza.
La miccia del sequestro e l'intreccio dei fronti
A complicare ulteriormente un quadro già di per sé intricato, Friedman cita un episodio specifico di cronaca internazionale: il sequestro di una petroliera russa. Un evento che, nelle sue parole, "non potrà che far salire ulteriormente la tensione internazionale", aggiungendo un elemento di frizione diretta e di potenziale ritorsione in scenari già tesi. È proprio questa interconnessione dei fronti a costituire, secondo l'editorialista, il tratto distintivo dell'attuale momento storico. I teatri di crisi non sono più isolati, ma dialogano tra loro in modo pericoloso: le mosse a Caracas riverberano le loro onde fino a toccare le dinamiche mediorientali, come quelle nella striscia di Gaza, o a influenzare il conflitto in Ucraina, creando un groviglio nel quale ogni azione produce effetti a catena difficilmente prevedibili.
Le ricadute economiche e un monito
Questo clima di instabilità permanente, come evidenziato anche da analisi di categoria, si traduce in un fattore di forte incertezza per il sistema economico e produttivo, con imprese come quelle di regioni laboriose quali le Marche costrette a fare i conti con gli effetti di scenari lontani. Sullo sfondo, un monito di natura diversa ma non meno significativo proviene dalle parole pronunciate in occasione della chiusura del Giubileo, che invitano a riflettere su una visione dell'uomo e delle relazioni non riducibile a mero calcolo di profitto o di forza. Una riflessione che, in controluce, sembra porsi come alternativa ideale a quella "legge del più ricco" che spesso sembra governare le relazioni tra stati. La somma di questi elementi – le ambizioni territoriali, le operazioni militari unilaterali, gli incidenti internazionali e le frizioni all'interno stessa della Nato – disegna, nella visione di Friedman, una crisi senza precedenti per l'Alleanza e per l'ordine globale, confermando la pericolosità della stagione appena iniziata.




