Il legame di dolore tra due famiglie: la lettera dei parenti di Sara Campanella a quelli di Daniela Zinnanti
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Redazione Interno
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Un filo sottile ma tenacissimo, tessuto con lo stesso strazio e la medesima, insopportabile ingiustizia, unisce oggi due nuclei familiari che la cronaca nera ha tragicamente messo l’uno di fronte all’altro. A pochi giorni dall’efferato omicidio di Daniela Zinnanti, la cinquantenne massacrata a coltellate martedì scorso nella sua abitazione di via Lombardia a Messina, i parenti di Sara Campanella – la giovane studentessa universitaria di Misilmeri uccisa un anno fa, il 31 marzo 2025, sempre tra le strade del capoluogo peloritano – hanno rotto un silenzio carico di dignità per scrivere una lettera indirizzata ai familiari dell’ultima vittima. Non è un semplice messaggio di cordoglio, quello che arriva dalla famiglia Campanella, quanto piuttosto un abbraccio ideale, un gesto di sorellanza nel dolore che prova a valicare l’abisso della perdita per stringersi a chi, come loro, si trova piombato in una notte senza fine. Nelle loro parole, dense di compostezza e di strazio, non si cerca una banale condivisione del lutto, ma si alza un grido che è al tempo stesso un monito e una pressante richiesta affinché la giustizia segua il suo corso senza tentennamenti, facendo piena luce su una vicenda che presenta inquietanti analogie con quella che hanno vissuto sulla loro pelle.
La memoria di un territorio e i segnali ignorati prima del femminicidio
Se il dolore della famiglia di Sara si riaffaccia sulla scena pubblica per farsi prossimo a quello degli Zinnanti, è perché la comunità messinese si trova nuovamente a fare i conti con un meccanismo di violenza finito nel modo più atroce che si possa immaginare, e che presenta tragiche ricorrenze. Come nel caso della giovane studentessa, anche per Daniela Zinnanti, stando a quanto ricostruito, il femminicidio non è stato un fulmine a ciel sereno, ma l’epilogo di un lungo calvario fatto di episodi premonitori. A testimoniarlo sono i vicini di casa, che hanno raccontato agli inquirenti di liti continue e di un clima di terrore che si respirava attorno alla coppia; una di loro ha confessato ai cronisti il presentimento, atroce nella sua precisione, che tutti avevano: che quella relazione non sarebbe potuta finire bene. Erano segnali, questi, che emergevano con prepotenza anche dal comportamento delittuoso di Stefano Argentino, il collega universitario che uccise Sara e che, qualche mese dopo, si tolse la vita nel carcere di Messina dove era rinchiuso. Una catena di violenza che si ripete, lasciando sul terreno le stesse, identiche domande senza risposta su cosa non abbia funzionato, ancora una volta, nei meccanismi di protezione.
L’amara riflessione sul braccialetto elettronico e le misure mancate
Ed è proprio sul ciglio di quelle falle del sistema che si apre la riflessione più aspra, sollevata con lucidità dall’avvocato Silvia Gambadoro, legale e sorella di Stefania – la donna uccisa a suo tempo dal cosiddetto “untore” –, che ha voluto offrire il suo punto di vista sulla tragedia di Daniela. La dinamica, purtroppo, ricalca un copione fin troppo noto: una donna denuncia le violenze subite, e a carico dell’uomo scatta una misura restrittiva. Nel caso di Santino Bonfiglio, il 67enne che ha confessato il delitto, il gip aveva disposto per lui gli arresti domiciliari, rafforzati dall’obbligo di indossare il braccialetto elettronico. Un dispositivo, questo, che avrebbe dovuto monitorare costantemente i suoi spostamenti, ma che al momento dell’esecuzione della misura – e nelle settimane successive, fino al giorno dell’omicidio – non era disponibile. Le forze dell’ordine, come ricostruito dalla stampa locale, avevano segnalato la mancanza del dispositivo al pubblico ministero, il quale avrebbe dovuto riferire al giudice per le indagini preliminari affinché potesse commutare la misura in carcere o, comunque, in una forma di restrizione più efficace. Il nodo cruciale, e su cui l’avvocato Gambadoro ha voluto richiamare l’attenzione, è tutto qui: il braccialetto sarebbe arrivato, stando a una prima ricostruzione, proprio oggi, il giorno successivo al delitto.
L’irrevocabilità di un no e la furia di chi non accetta la fine
Ma al di là delle inefficienze burocratiche, che pure pesano come macigni sulla coscienza di chi indaga, la vicenda di Daniela Zinnanti racconta anche l’ostinazione patologica di un uomo incapace di accettare una decisione definitiva. La storia d’amore, se così si può chiamare, era finita da tempo, ma lui, Bonfiglio, non si dava pace. Daniela, dopo averlo perdonato in passato – ritirando anche una precedente denuncia a maggio del 2025 – e aver subito l’ennesimo, brutale pestaggio che le era costato sette costole rotte e un ricovero in ospedale, aveva chiuso ogni relazione a gennaio, sporto una nuova denuncia e cacciato via di casa l’uomo. Una determinazione, la sua, che sembrava aver finalmente posto fine a un rapporto tossico. Invece, martedì, lui si è presentato ugualmente a casa di lei, nel quartiere Lombardo, con il pretesto di un incontro chiarificatore. Il suo legale, l’avvocato Oleg Traclo, lo ha descritto come «annichilito» dopo il fermo, sostenendo che non fosse andato lì con l’intenzione di uccidere, ma per parlare, per convincerla a ritirare l’ennesima denuncia. Ma l’ira, scaturita dall’ennesimo rifiuto – irrevocabile, questa volta –, lo ha sopraffatto. Ha estratto un coltello da cucina, che forse portava con sé, e l’ha colpita con decine di fendenti, in un’esplosione di violenza inaudita che ha trasformato la casa della donna in un lago di sangue. A scoprire il, nella serata di martedì, è stata la figlia di Daniela, una giovane donna al settimo mese di gravidanza, che non avendo notizie della madre è entrata nell’appartamento ed è svenuta alla vista di quell’orrore, venendo subito dopo ricoverata in ospedale per un malore.




